Le forme della “nuova carne”: David Cronenberg e il body-horror

Un'analisi del concetto di body-horror all'interno della filmografia di uno dei pionieri del genere, il regista canadese David Cronenberg.

Ci sono registi che, per il loro stile unico ed una certa uniformità delle tematiche affrontate, hanno spinto i critici a produrre neologismi al fine di descrivere le loro opere: è certamente il caso del canadese David Cronenberg, regista che si è fatto notare sulla scena della cinematografia contemporanea grazie a film che hanno saputo attirare l’attenzione sia del grande pubblico che dell’underground. Cosa intendiamo dunque con “cronenberghiano”?

Il peculiare cinema di questo regista si può sintetizzare con alcuni concetti chiave: mente (e con essa l’illusione), corpo (con esso la mutazione o la malattia), sessualità (in forme devianti di erotismo), tecnologia (prodotto di uno sviluppo scientifico che genera orrori). È grazie alla costante presenza di questi elementi, analizzati con precisione chirurgica e attenzione psicologica, che si è arrivati alla necessità di creare un’etichetta nuova: nasce così il body-horror, genere che avrà un piccolo seguito grazie all’apporto di altri registi (tra i quali il Carpenter de La cosa e Stuart Gordon) ma che rimane relegato ad una cerchia piuttosto ristretta di autori. Il suo maggior esponente resta Cronenberg, che ne ha definite l’estetica e le tematiche con i suoi film girati tra gli anni ’70 e gli ’80.

Il regista David Cronenberg durante le riprese di "Crash"
Il regista David Cronenberg durante le riprese di “Crash”

Acuto interprete della sensibilità postmoderna, Cronenberg sfrutta le sue viscerali metafore (probabile eredità del suo interesse nei confronti della biologia) per proporre una sua visione della modernità, indagando con occhio scientifico alcune tra le caratteristiche del mondo attuale (ma gettando anche uno sguardo al futuro): dall’influenza dei media di massa alla forme di realtà virtuale, il suo cinema si propone di rileggere i fenomeni della contemporaneità con una chiave di lettura insolita che mette in primo piano l’uomo in quanto “carne” sempre più vincolata alla tecnologia, risultato di un progresso scientifico che spesso, in questa ottica, sembra spingersi troppo oltre. Per questo i suoi personaggi sono solitamente scienziati, medici o mutanti: creature, quest’ultime, vittime di una scienza folle (ma non sempre errata) e dotate di patologie maligne o benigne che renderebbero questi mutanti l’anello mancante tra l’uomo e un possibile stato superomistico (secondo una definizione del critico Serge Grűnberg).

Di seguito vediamo dunque come queste tematiche si declinino all’interno della filmografia del regista, partendo dagli esordi ed arrivando agli ultimi anni ’90, periodo di transizione che segnerà l’inizio di una diversa fase del suo cinema (inaugurata dal film del 2005 A history of violence), meno marcatamente legata a questa “filosofia della carne” ed al cosiddetto body-horror.

Stereo / Crimes of the future (1969)

Si tratta di opere di media durata (circa un’ora ciascuna) ancora legate ad una fase giovanile del regista che potremmo definire underground. Eppure Stereo e Crimes of the future racchiudono diversi concetti che torneranno nel cinema di Cronenberg: la telepatia, la ricerca scientifica su forme di sessualità alternative, la mutazione dell’organismo umano (concetto di “cancro creativo”) e, specialmente in Crimes of the future, la tematica della patologia come parto di una scienza iniqua (in questo caso la dermatologia). Sono film certamente immaturi, sia nella forma (non c’è audio in presa diretta ma solo la voce di un narratore aggiunta successivamente) che nella sceneggiatura; ma chi non è nuovo al cinema di questo regista troverà in questi primi lungometraggi l’essenza in stato grezzo del Cronenberg successivo.

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Il demone sotto la pelle (Shivers, 1975) recensione

Cronenberg passa quindi ad un’opera più ambiziosa, seppure ancora caratterizzata da un’estetica tipica di coevi b-movie. Tra i primi esempi di body-horror, Shivers racconta della proliferazione di un parassita capace di infestare un essere umano (passando dagli orifizi) scatenando nella vittima un’incontrollabile spinta sessuale. Il suo creatore è il dr. Hobbes, scienziato ossessionato da un folle desiderio: generare un parassita capace di riavvicinare l’uomo ai suoi istinti primordiali, occultandone la razionalità e dunque mettendo da parte tutti i freni imposti da cultura e società. Malattia, fenomeni di ipersessualità e folle ricerca scientifica: con questi ingredienti Cronenberg costruisce un film inquietante che ruota attorno ad una minaccia venerea, sfruttando ottimi ritmi da horror (qui la tecnica è visibilmente migliore) per portare sullo schermo la rappresentazione di un orrore che nasce nelle viscere e si diffonde in un ambiente circoscritto e quotidiano (l’intero film è girato nell’apparente isola felice di un complesso condominiale).

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Rabid – Sete di sangue (Rabid, 1977)

Dal parassita/afrodisiaco di Shivers si passa, con Rabid, ad un’altra patologia: la rabbia. Ma ancora una volta Cronenberg pone il suo marchio di fabbrica, raccontando il dilagare di una malattia che, anche qui, viene trasmessa durante il contatto tra individui (è sufficiente un abbraccio). Altro punto comune col precedente film è il ruolo degli scienziati: sono loro ad originare l’epidemia, utilizzando un metodo sperimentale per trapiantare dei tessuti ad una donna vittima d’incidente. Questa sviluppa dopo l’intervento una mutazione sotto l’ascella, un pungiglione al quale Cronenberg fornisce una forma fallica, capace di nutrirsi di sangue e rilasciare il virus della rabbia nella vittima adescata. La psicosi di massa (i colpiti diventano zombie privi di controllo) è quindi associata al richiamo sessuale della donna (interpretata dalla pornostar Marilyn Chambers) ed è diretta conseguenza di un esperimento scientifico andato storto: una situazione tipicamente cronenberghiana che vede nella donna, e dunque nell’erotismo, il nucleo propagatore dell’epidemia.

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Brood – La covata malefica (Brood, 1979)

Brood segna un ulteriore miglioramento tecnico del regista, che ora può permettersi di ingaggiare un attore del peso di Oliver Reed per interpretare uno dei ruoli principali del suo film, quello dell’esperto di “psicoplasmica” Hal Raglan. Si tratta di un concetto puramente cronenberghiano: una terapia immaginaria capace di suscitare mutazioni fisiche e sintomi nei pazienti che vi si sottopongono, risolvendone in risposta i problemi di natura psicologica. Una dualità interno/esterno (e dunque mente/carne) che tornerà successivamente e che qui, per soddisfare le esigenze del genere, assume le forme di una somatizzazione terrificante: una delle pazienti, Nola, risponde alla terapia (che le serve per affrontare traumatiche memorie d’infanzia) producendo una serie di grottesche gravidanze che generano bambini deformi. In questo incubo, la riproduzione non è dunque il passo successivo di un atto d’amore, quanto piuttosto un atto di odio in sé, una volontà (vendicativa) divenuta carne.

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Scanners (1981) recensione

Probabilmente uno dei film meno complessi di Cronenberg, dal punto di vista strettamente concettuale, ma che è presto diventato pellicola di culto. Scanners è definibile come thriller fantascientifico. Ma, al di là delle scene splatter, rientra nel circolo del body-horror riproponendo una delle prime mutazioni (Stereo) presenti nella filmografia cronenberghiana: la telepatia. Il film ci presenta un mondo nel quale esistono uomini dotati di telepatia, che può venire indotta o annullata attraverso alcuni farmaci. Il gruppo Consec, nel campo degli armamenti, si avvale di questi “scanners” per i propri scopi ma il telepate sovversivo Revok tenta di eliminare la concorrenza, uccidendo tutti gli scanner che rifiutano di unirsi alla sua causa: distruggere la Consec e produrre in quantità il siero della telepatia. Questi telepati sono uomini dotati di potere eccezionale, ma Cronenberg li rappresenta come dotati di una personalità passiva: il cervello sembra essere il loro solo organo funzionante, il che li rende esseri sovrumani ma in fondo difettosi.

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Videodrome (1983) recensione

Viaggio agghiacciante in un futuro non molto lontano o incubo estremamente lucido sulla contemporaneità e i suoi miti: Videodrome costituisce sicuramente l’apice della filosofia cronenberghiana, proponendo una visione distopica che ha come protagonista un uomo comune, Max Renn (James Woods), il presidente di un canale via cavo. Questo film incarna l’essenza stessa del body-horror, nel quale la tecnologia è percepita come estensione del corpo umano. Il protagonista sviluppa un tumore mortale al cervello, dopo aver captato una frequenza televisiva pirata che trasmette filmati pornografici sadici molto realistici. La visione di questo canale proibito genera un tipo particolare di cancro che porta ad avere allucinazioni e, di fatto, a vivere in una sorta di realtà parallela; in questa allucinazione, Max viene “riprogrammato” (tramite l’inserimento grottesco di una VHS nel suo addome) dai creatori di Videodrome, intenzionati a far ammalare tutti i pervertiti attirati dal loro canale, per distruggere i suoi nemici e lasciare spazio alla “nuova carne”. Allucinazione e mutazione corporea diventano un tutt’uno nella realtà immaginata da Max, andando a creare la più perfetta metafora viscerale di Cronenberg, che evidentemente ha intenzione di criticare l’incredibile potere che i moderni media di massa hanno sulla popolazione, da loro manipolata (riprogrammata) a piacimento.

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La zona morta (The dead zone, 1983)

Dopo Videodrome Cronenberg passa ad un film più tradizionale, ispirandosi al romanzo La zona morta di Stephen King. Il risultato della trasposizione è un thriller più che un horror, ma il regista è comunque in grado di portare avanti il suo discorso sulla mutazione e sul potere della mente, allontanandosi dalla solita base scientifica per cadere nel più scontato (e meno interessante) ambito del soprannaturale: protagonista è un uomo che, ripresosi da un lungo coma, scopre di poter leggere passato e futuro di una persona attraverso il contatto. La zona morta è un film ben girato e molto più accessibile rispetto ad altre opere di Cronenberg, forte anche dell’interpretazione di Christopher Walken. Tuttavia, la soluzione soprannaturale offre pochissimi spunti di riflessione e si concilia poco con il discorso generale sulla mutazione corporea che Cronenberg ha sviluppato nelle opere precedenti. Il protagonista, dotato di poteri precognitivi, rientra comunque nella cerchia dei mutanti presenti nel cinema cronenberghiano, assumendo tuttavia l’insolita forma di un eroe pronto ad utilizzare il suo potere per fare del bene alla società.

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La mosca (The fly, 1986) recensione

La mosca, tratto da un racconto breve di George Langelaan, viene considerato uno dei più migliori horror cult degli anni ’80. Il protagonista, Seth Brundle, veste i panni sia dello scienziato che del malato: sperimentando con la propria invenzione, una macchina in grado di teletrasportare la materia a distanza in due gabbie, questi finisce per mescolare il proprio DNA con quello di una mosca, entrata inaspettatamente in uno dei due terminali. L’anomalia ha effetti devastanti sul corpo dello scienziato: egli perde gradualmente le sue sembianze umane, trasformandosi col passare dei giorni in Brundle-mosca, una creatura ibrida dotata di agilità sovrumana (e di una forte spinta sessuale) ma destinata a morire. Il lento processo è analizzato con cura dallo stesso scienziato, che si ritrova ad avere come oggetto di studio il suo stesso corpo in fase di mutazione. Pellicola contro il progresso? Forse: La mosca è l’ennesima illustrazione cronenberghiana di un processo di sviluppo tecnologico che pare oltrepassare i limiti stessi dell’umano, arrivando a danneggiare il proprio creatore, a metà tra l’essere una vittima ed una sorta di superumano dotato di abilità eccezionali.

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Inseparabili (Dead ringers, 1988) recensione

Basato su una storia vera, Inseparabili è uno dei film più intensamente drammatici di Cronenberg, anche grazie alla valida interpretazione di Jeremy Irons, che si è trovato ad affrontare un ruolo complesso in quanto richiedeva di vestire le due diverse personalità dei gemelli Mantle, i ginecologi protagonisti del film. Non siamo di fronte ad un vero e proprio horror dunque, ma di un film che comunque risente molto dell’estetica cronenberghiana: i personaggi principali sono ginecologi, figure che racchiudono in sé la scienza medica, che sappiamo interessare tanto il regista, e la sessualità, analizzata qui come fenomeno puramente organico. «Perché non ci sono corsi di bellezza per l’interno del corpo umano ma solo per il suo esterno?»: questa frase è pronunciata da uno dei medici, ma potremmo associarla allo stesso Cronenberg, che vuole così ricordarci di cosa siamo fatti, ovvero di carne, di materia, prima che di sentimenti. Questo desiderio di conoscenza “viscerale” spinge i gemelli del film ad essere attratti, tra le tante pazienti, proprio da una donna mutante, dotata di un raro utero triforcuto: ancora una volta dunque la mutazione è vista come fenomeno positivo e miracoloso, quasi come fosse un’evoluzione benigna e naturale dell’uomo.

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Pasto nudo (Naked lunch, 1991)

Rendere film il romanzo Pasto nudo di William Burroughs può sembrare un’operazione folle già in partenza: il risultato ottenuto da Cronenberg, una sorta di noir dai toni lisergici e surreali, si è rivelato essere invece sorprendentemente ben riuscito. Dal romanzo, dotato di una struttura caotica e una narrazione priva di senso logico (strutturata come una lunga allucinazione), si prendono solo spunti sparsi, mentre altri elementi sono ricavati dalla biografia stessa di Burroughs. Pasto nudo in definitiva coniuga vari elementi topici del cinema di Cronenberg, sintetizzando il discorso sul corpo e la mente in un unico elemento, riguardante l’allucinazione dovuta all’uso di sostanze. Il delirio tossico del protagonista (alter ego di Burroughs), un disinfestatore che si droga iniettandosi dell’insetticida, rappresenta uno degli apici del cinema visionario di Cronenberg e Pasto nudo è probabilmente la migliore opera filmica ispirata ad un romanzo della Beat Generation, oltre ad essere un omaggio ad uno degli scrittori più amati dal regista.

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M. Butterfly (1993)

All’interno della filmografia di Cronenberg, nessun film è probabilmente più lontano dalla definizione di “horror” di M. Butterfly, tratto dall’omonima opera teatrale di David Henry Hwang, a sua volta ispirata dalla celebre Madama Butterfly di Puccini. Quel che interessa a Cronenberg non è tanto l’elemento sentimentale, sul quale comunque costruisce l’intero film, quanto piuttosto il discorso attorno a forme alternative di sessualità: il diplomatico francese protagonista si innamora di un cantante d’opera cinese, che recita sotto vesti femminili. Nuovamente, come già accadeva in Inseparabili, i personaggi di questo regista si trovano di fronte ad una crisi d’identità, che qui come in altri casi è risolvibile unicamente attraverso la conoscenza dei corpi: ogni ambiguità è dunque risolta attraverso l’atto erotico del conoscere, una delle costanti dell’estetica cronenberghiana.

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Crash (1996) recensione

Dopo Burroughs, Cronenberg sceglie di trasporre l’opera di un’altro autore amato dalla cultura underground: il controverso romanzo pornografico Crash di James G. Ballard. Il film come il libro va oltre la semplice pornografia, presentando un mondo postmoderno governato da istinti sessuali devianti, perversioni che hanno come oggetto la tecnologia ed in particolare le automobili. Cronenberg sfrutta questo esempio di letteratura postmoderna per continuare il suo discorso sulla sessualità, raccontando l’esistenza di un gruppo di feticisti che, per adeguarsi ad un mondo nel quale l’erotismo sembra nascere con difficoltà dagli stimoli tradizionali, ricostruiscono incidenti d’auto al fine di raggiungere l’eccitamento sessuale. Questi personaggi sono guidati dallo stuntman Vaughn (un grande Elias Koteas), sorta di capo spirituale di questa comunità intenzionato a sviluppare la sua teoria riguardo una nuova “psicopatologia benevola”: con Crash l’orrore del corpo di Cronenberg arriva ad una sorta di capolinea, costituito da un gruppo di uomini che, finalmente, sono riusciti ad avvicinare i propri organismi alla tecnologia fino al punto di ottenere da essa concreti stimoli sessuali. L’incidente d’auto, secondo Vaughn, è destinato quindi a diventare un atto di fertilità.

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eXistenZ (1999) recensione

Sorta di erede concettuale di Videodrome, questo film tratta di un aspetto tipico della società contemporanea: il mondo della realtà virtuale e, nel caso specifico, dei videogiochi. Nel film di Cronenberg realtà e illusione finiscono per confondersi in un continuo alternarsi di piani dimensionali diversi e dunque i personaggi protagonisti, una programmatrice e la sua guardia del corpo, si trovano presto alla deriva in una dimensione (fittizia?) che non ha più confini stabiliti. Realtà effettiva e simulazione virtuale, dopo Videodrome, tornano dunque ad interessare il regista, completando il suo discorso sul rapporto che intercorre tra corpo umano e tecnologia nel mondo moderno: il progresso, nella rappresentazione di Cronenberg, non è disumanizzante ma anzi un prodotto tipicamente umano e dunque ha un forte potere di rivelazione ed una funzione “maieutica”. Ma a volte è l’uomo stesso ad essere sottomesso alla sua creatura. È quel che realizzano i protagonisti di eXistenZ, intrappolati all’interno di un videogioco al quale sono collegati attraverso il proprio corpo: il log-in si effettua inserendo il cavo della console direttamente nella spina dorsale.

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Michele Bellantuono
L'autore

Annata ’91, nasco veneto con cognome pugliese. Appassionato delle arti visive, coltivo da molti anni l’hobby della fotografia e l’interesse per la storia dell’arte. Ma, nel corso degli studi umanistici (presso il remoto ateneo maceratese), il vecchio amore per l’arte pittorica unito a quello per la musica hanno dato vita a una passione nuova: il cinema.