Xavier Dolan – Tom à la ferme

VOTO 9
"Tom à la ferme" riflette sulla menzogna che, come un velo impercettibile eppure sempre presente, copre e inquina parole, gesti e relazioni umane. Uno straordinario Xavier Dolan, regista e protagonista.

A luglio 2016 è finalmente uscito nelle sale italiane il quarto film diretto dal talentuoso regista canadese Xavier Dolan, Tom à la ferme. ‘Finalmente’ – ed è il caso di dirlo e sottolinearlo – poiché la pellicola è del 2013, anno in cui è stata presentata al Festival di Venezia, dove ha addirittura vinto il Premio FIPRESCI.

Tom à la ferme è tratto dall’omonima opera teatrale di Michel Marc Bouchard, drammaturgo e sceneggiatore canadese: premiata a Venezia 70 non solo dalla critica, ma anche da un applauso di 10 minuti da parte del pubblico presente alla proiezione, l’opera è la storia di un giovane copywriter presso un’agenzia pubblicitaria, il quale parte da Montréal per raggiungere un piccolo centro rurale, sperduto negli ampi e desolati spazi quebecchesi.

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Lì lo attende un evento triste, ovvero il funerale di Guillaume, collega, amico e, soprattutto, il grande amore della sua vita. Quando giunge nella casa di Guillaume, però, Tom scopre che la madre Agathe non ha mai saputo dell’omosessualità del figlio, al contrario di Francis, il fratello dell’amante scomparso, il quale impone a Tom il silenzio. Tra Francis e Tom si consuma, giorno dopo giorno, un violento gioco al massacro. Il protagonista nella fattoria ci rimane e con Francis instaura un rapporto ambiguo, dove a emergere, alla fine, sono l’instabilità e la rabbia di questo personaggio, violento e controverso: infatti, Francis (l’eccellente Pierre-Yves Cardinal) incarna l’ottusità e la negazione dei desideri, si sente attratto e, nello stesso tempo, irritato da Tom, sul quale sfoga anni di frustrazione e angoscia per la sua vita in campagna, dalla quale vorrebbe fuggire, ma a cui resta incatenato a causa del forte legame con la madre.

Menzogna è la parola chiave di questo piccolo capolavoro di Dolan, dipinta come un velo impercettibile, ma sempre presente, che copre parole, azioni e relazioni umane – alla fine, nulla di ciò che appare è completamente vero, limpido, puro. Inoltre, tramite un’azzeccata colonna sonora (di Gabriel Yared) e alcune scene chiave (come quella della doccia, dove Tom viene per l’ennesima volta ‘aggredito’ da Francis), il regista strizza l’occhio a Psycho di Hitchcock, anche se, non dimentichiamolo, il thriller è solo un pretesto per Dolan per raccontare un’altra storia, che, in qualche modo, si ricollega a tutta la sua produzione e alla sua sensibilità cinematografica.

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Trovano spazio, quindi, l’analisi psicologica dei personaggi e la riflessione sul divario esistente tra la città e la campagna, una diversità che nel film è percepita come apparente: abitudini e stili di vita a parte, Tom e Francis, il ‘topo di città’ e quello di campagna, sono dominati dalle stesse paure e debolezze, posti di fronte al medesimo lutto, uniti da uno strano sentimento, terribile e castrante.

L’azione si concentra su Tom, Francis, Agathe, Sara (l’immaginaria fidanzata di Guillaume, ovvero la ‘ragazza delle fotocopie’ che lavora presso la stessa agenzia di Tom, la quale, quasi per magia, all’improvviso compare davvero) e un anonimo barista che, alla fine, rivelerà dei dettagli molto importanti sul passato di Francis. Questa manciata di caratteri è sufficiente per mettere in scena un dramma intenso e travolgente, sentito e studiato in ogni singola emozione, in ogni più piccolo gesto. Da segnalare almeno un paio di memorabili scene: Tom e Francis che ballano il tango e i due protagonisti di una scena violenta ad alto contenuto emotivo, quando Francis afferra per la gola Tom e quest’ultimo lo prega di stringere «plus fort».

Dopo i primi tre, brillanti lungometraggi, Tom à la ferme ha confermato ancora una volta (e una volta per tutte) l’eccezionale bravura di Dolan, come regista e come attore (nelle cui vesti speriamo tornerà prossimamente). Un nome da tenere d’occhio con costanza e attenzione in futuro, perché il cinema e gli spettatori hanno davvero bisogno di un talento del genere.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».