Claudio Giovannesi – Alì ha gli occhi azzurri

'Alì ha gli occhi azzurri' parla di integrazione fra diverse culture: integrazione più facile a parole che a fatti, come dimostra il personaggio di Nader.

Alì ha gli occhi azzurri poiché insiste a camuffare il loro vero colore con delle lenti azzurre. Alì è uno «dei tanti figli di figli» a cui Pasolini ha dedicato dei celebri versi – che Claudio Giovannesi richiama col titolo della sua pellicola – e, in questo caso, il suo vero nome è Nader, figlio di immigrati egiziani, nato e cresciuto in Italia. Con la famiglia parla l’arabo, ma con gli amici la sua lingua è l’italiano, anzi, il romanesco, dal momento che vive a Ostia. Stefano è il suo più caro amico: entrambi hanno sedici anni e vivono di piccoli illeciti, le prime storie d’amore (Stefano con una ragazza che non ne vuole più sapere, ma che lui vuole riprendersi a tutti i costi) e un rapporto difficile coi genitori. In particolare, fra Nader e la famiglia si consuma una frattura nel momento in cui il ragazzo s’innamora di un’italiana. Il punto di svolta arriva dopo una lite con alcuni rumeni, dove uno di loro viene accoltellato da uno dei protagonisti. A questo punto, il gruppo cerca vendetta, mentre Nader e Stefano sono costretti a nascondersi.

Alì ha gli occhi azzurri parla di integrazione fra diverse civiltà: integrazione più facile a parole che a fatti, per una questione culturale e, come evidenzia la madre di Nader in un confronto col figlio, religiosa. Lo stesso Nader incarna un intero mondo di contraddizioni: da una parte il suo desiderio di apparire ‘più occidentale’, con le sue lenti azzurre, un abbigliamento simile a quello dei suoi coetanei italiani, il legame con una giovane non musulmana, l’incostante frequentazione della moschea. Dall’altra, il ragazzo dimostra un atteggiamento tradizionalista almeno per quanto riguarda il rapporto con la sorella Laura, tanto da proibire allo stesso Stefano di frequentarla. Il finale del film ritrae l’impossibilità, da parte di Nader, di ristabilire una comunicazione serena con la famiglia e, allo stesso tempo, il dispiacere generato da tale incomprensione. La sua è una tensione intima e straziante, che alla fine lo riporta nella moschea, dove assiste di nascosto alla preghiera della madre e della sorella, la prima disperata e in lacrime per la situazione col figlio, il cui posto a tavola, tuttavia, rimane vuoto, non si sa per quanto, non si sa se per sempre.

Un film che racconta di un nuovo ‘ragazzo di vita’, figlio disperato due volte: della vecchia e pasoliniana borgata romana e dei nuovi emarginati poiché stranieri in terra straniera. In una settimana (i cui giorni vengono citati nella pellicola in italiano e in arabo) si acutizza il conflitto di questo personaggio, verissimo nella sua storia e in quella di tanti come lui nell’Europa di oggi. Resta l’amarezza, per una lotta che sembra incapace di (ri)trovare la pace.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».