Francis Ford Coppola – Apocalypse now

VOTO 10.0
La giungla di "Apocalypse now" è un palcoscenico onirico su cui sfilano archetipi junghiani, nevrosi freudiane e segni della cultura occidentale, europea e americana.

Apocalypse now è tutto meno che un film di guerra. Certo, la guerra c’entra: il Vietnam, il più grande e infame pantano nel quale gli USA abbiano avuto l’impudenza di andarsi a cacciare, ma nel film di Francis Ford Coppola è un pretesto. La giungla di Apocalypse now è in effetti un palcoscenico onirico su cui sfilano archetipi junghiani, nevrosi freudiane e segni della cultura occidentale (europea e americana), sfondo metafisico per un’operazione di ridefinizione del cinema stesso e delle sue radici.

Lo spunto si deve a John Milius: sua l’idea di un film su un gruppo di militari di stanza in Cambogia. Fu però Coppola (subentrato nel progetto a George Lucas), aiutato da Michael Herr, a riscrivere la sceneggiatura filtrandola con Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Prese così forma il viaggio del tenente Willard (Martin Sheen), che risale il fiume Lung con l’intento di sconfinare in Cambogia ed eliminare il Colonnello Kurtz (Marlon Brando), i cui metodi “malsani” gli hanno consentito di porsi alla testa di un esercito personale e di spadroneggiare, come un Dio, “al di là del bene e del male”.

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Coppola costella il percorso di Willard di una serie di incontri bizzarri, surreali: il fanatico colonnello Kilgore (che costringe i suoi uomini a fare surf appena terminate le operazioni di guerra) e la sua “cavalleria dell’aria” (che attacca al suono della Cavalcata delle Valchirie), una tigre, i soldati impegnati nella difesa del ponte di Do Lung (l’ultimo avamposto americano prima della Cambogia) e il fotografo di guerra (Dennis Hopper) ammaliato dal fascino di Kurtz. Il Vietnam come ce lo mostra Coppola, insomma, è una specie di Disneyland “sotto acido”, uno spettacolo circense che ingloba kitsch (le conigliette di Playboy) e sublime (T.S. Eliot, la Bibbia), pop (i Doors, Jimi Hendrix) e cultura “alta”.

Willard risale il fiume, e nel frattempo cerca di capire chi sia Kurz, impossibilitato a capacitarsi di come un uomo tanto brillante abbia ceduto alla follia; Coppola risale il fiume, e nel frattempo rivela i germi della sua poetica, scopre le carte di un preciso programma di fusione tra cinema (di genere) americano e autorialità europea. Per entrambi, risolutivo è l’incontro con Kurz, un dio stanco e spossato che assomma su di sé l'”Orrore” dell’imperialismo occidentale, la sua coscienza nera: va sacrificato, in un rituale edipico (Willard ne è irrimediabilmente attratto, è per lui un padre). Anche perché ad interpretarlo è Brando, uno dei simboli di quello studio-system che Coppola ha sempre sognato di trasformare dall’interno.

Con Apocalypse now, insomma, il cinema muta pelle: Coppola, regista e anche produttore del film, è il demiurgo (è un Kurz), e la pellicola il suo delirio d’onnipotenza che abbatte steccati e regole, un magmatico e meraviglioso atto di libertà creativa che ha la forza del mito.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.