Gianni Amelio – Porte aperte

VOTO 8.0
Se «la deterrenza è l'arte di creare nell'animo dell'eventuale nemico il terrore di attaccare», il film di Gianni Amelio spinge a chiedersi se la condanna a morte sia effettivamente uno strumento per scoraggiare l'illegalità.

Palermo, 1937. Tommaso Scalia uccide l’ex datore di lavoro, l’impiegato che ha preso il suo posto e la moglie, dopo averla violentata. Torna a casa, si stende a letto e aspetta che la polizia lo arresti. Al processo la pena di morte sembra certa, sia per l’entità dei reati che per l’atteggiamento privo di rimorso dell’imputato. Il giudice Vito Di Francesco, però, è contrario a questa sentenza e ordina una perizia psichiatrica in modo da ottenere una condanna all’ergastolo.

Allora esisteva il detto «durante il fascismo si dorme con le porte aperte». In Porte aperte c’è chi giustifica il ricorso alla pena capitale, affermando che gli organi competenti dovrebbero agire in modo da permettere alla gente di andare a letto con la porta di casa aperta, senza temere alcun atto criminale. La risposta del giudice Di Francesco all’interlocutore che sostiene tale tesi è secca e diretta: «Io la porta di casa mia la chiudo sempre».

Quelli del protagonista sono «pensieri pericolosi» in «tempi difficili», che avranno delle dirette conseguenze sulla sua vita privata e sulla sua carriera. Il giudice sa di aver rispettato e difeso il diritto più importante dell’uomo, il diritto alla vita, e, nonostante tutto, potrà dirsi tranquillo con la propria coscienza, pur consapevole che la sua azione è limitata e che la pena di morte continuerà a essere applicata.

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Se «la deterrenza è l’arte di creare nell’animo dell’eventuale nemico il terrore di attaccare» (Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick), il film di Gianni Amelio spinge a chiedersi se la condanna a morte sia effettivamente uno strumento per scoraggiare l’illegalità, oppure un modo per abbassarsi allo stesso livello dei criminali.

Auspicabile potrebbe essere la posizione del giudice Di Francesco, ovvero l’applicazione di una punizione severa per chi ha commesso dei reati gravi (l’ergastolo, in fin dei conti, priva per sempre il detenuto della sua libertà): tuttavia, è chiaro che ai tempi del regime fascista l’unico obbiettivo era di dimostrare l’efficacia delle nuove “Leggi fascistissime” e, di conseguenza, l’assoluta efficacia del Fascismo, inteso come l’unico movimento in grado di garantire la sicurezza della nazione.

Ottima l’interpretazione di Gian Maria Volontè e strepitoso Ennio Fantastichini nei panni del condannato. Un film da vedere e da accompagnare alla lettura del libro di Leonardo Sciascia, da cui è tratto il soggetto della pellicola, riconosciuto come uno dei testi più significativi e intensi dello scrittore siciliano.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».