Giuseppe Ferrara – Il caso Moro

VOTO 8.0
Il soggetto de "Il caso Moro" è tratto dal libro di Robert Katz "I giorni dell'ira", in cui lo scrittore e giornalista si chiede se l'omicidio di Moro non potesse essere evitato.

Ne Il caso Moro, Giuseppe Ferrara ricostruisce gli eventi di uno degli episodi più significativi della Prima Repubblica, il sequestro e l’omicidio del leader democristiano Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Il soggetto del film è tratto dal libro di Robert Katz I giorni dell’ira, in cui lo scrittore e giornalista si chiede se l’omicidio di Moro non potesse essere evitato: la risposta è positiva, il tutto avvalorato da testimonianze e documenti completi che dimostrano chiaramente come l’intransigenza del PCI e della DC abbia firmato la condanna di Moro, giudicato più pericoloso da vivo che da morto, una minaccia al «riassestamento dei poteri piduisti, quelli che poi hanno portato al regime Berlusconi».

Il 16 marzo 1978, Aldo Moro viene rapito a Roma. È il giorno della presentazione del nuovo governo (guidato da Giulio Andreotti), appoggiato, per la prima volta in quarant’anni, anche dal partito comunista. «Come ha fatto a metterli d’accordo tutti?», si chiedono nel film gli uomini della scorta, dal momento che è Moro l’ispiratore di questo governo. Il sequestro avviene all’incrocio tra via Fani e via Stresa: la moglie di Moro insiste perché s’indaghi sulla sparizione di una valigetta, in cui il marito conservava dei documenti importanti. Che cosa conteneva quella valigetta? Non ci è dato saperlo, sicuramente materiale pericoloso, perché alla domanda: «E la borsa?», rivolta a un generale dell’esercito, la secca risposta è: «La borsa sta bene dov’è», ossia nascosta, coi suoi segreti sepolti insieme a Moro.

Ma Moro non è ancora morto, la sua prigionia dura 55 giorni, nel covo di via Montalcini. I partiti optano per la linea della fermezza, non intendono cedere alle pressioni e alle richieste dei brigatisti, i quali vogliono avviare la Campagna di primavera, una quarantina di azioni volte a scatenare l’offensiva rivoluzionaria. I rapitori si ergono a paladini dei lavoratori, combattenti contro i mali del capitalismo, degli estremisti in seguito isolati anche dal movimento a cui originariamente appartenevano: permettono a Moro di scrivere delle lettere, una delle quali privata e indirizzata al ministro dell’Interno, Francesco Cossiga. La lettera viene resa pubblica e l’episodio viene sfruttato dai nemici di Moro per distruggerne la credibilità: una grafologa che analizza le epistole del presidente della DC, sostiene che «è Moro, ma non è Moro», che le lettere sono state estorte, che il suo redattore soffre addirittura della Sindrome di Stoccolma.

Non è solo la credibilità di Moro a subire un duro colpo, ma anche la forza dell’azione rivoluzionaria, che viene così sminuita: Moro si sente abbandonato dai vecchi compagni di partito e a tormentarlo non è solo il fatto che la sua ormai certa esecuzione comporterà il passaggio del potere nelle mani di chi l’ha firmata, ma che il potere perderà la sua componente nobile e umana, diventando «atroce», schiavo degli interessi individuali. È durante la sua prigionia che il leader prende atto della sua solitudine: anche nell’appello del papa («liberatelo senza condizioni») Moro intravede quella retorica che sta alla base della linea della fermezza attuata dai partiti. «Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta»: i brigatisti richiedono la liberazione di una loro compagna, addirittura malata, il partito comunista si oppone, così come le forze dell’ordine; la DC rifiuta il riconoscimento politico delle BR, il capo dello Stato non firma la domanda di grazia, poiché si trovano mille cavilli per non farlo. «Lo stanno uccidendo», mormora la moglie di Moro, e così avviene: il cadavere viene ritrovato all’interno di una Renault 4 rossa, in via Caetani, vicina a Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, dove erano site rispettivamente le sedi nazionali della DC e del PC.

I brigatisti sono stati arrestati, processati e condannati (ventidue ergastoli). Tuttavia il caso Moro presenta ancora molti punti oscuri, sono solo in parte chiarite le responsabilità politiche nella vicenda. Il film cerca di evidenziarne alcune ed è lo stesso attore che interpreta Moro a chiedere ai suoi carcerieri: «Chi gioca con la mia morte?», quando i partiti lo vogliono far credere già fuori dai giochi (solo Bettino Craxi è favorevole a una trattativa con i brigatisti). Una pagina oscura di storia italiana, che il bel film di Ferrara contribuisce a diffondere e approfondire in modo neutrale e diretto, spingendo il pubblico a una riflessione necessaria su gran parte del sistema politico del nostro Paese, ieri come oggi troppo caratterizzato da interessi personali e poco incline al benessere generale e alla tutela delle classi più deboli, atteggiamento che in passato ha condotto ad azioni rivoluzionarie estreme e sanguinarie che, in definitiva, è sempre il popolo a pagare.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».