Hirokazu Koreeda – Little sister

VOTO 7
Acuto osservatore dell'istituzione familiare e delle sue crisi, Koreeda sceglie di restare con "Little sister" su insoliti toni ottimistici e racconta l'affetto condiviso tra tre donne con la loro sorellastra.

Sin dai primi lavori il regista giapponese Hirokazu Koreeda ha focalizzato il proprio sguardo sull’entità della famiglia. Il nucleo familiare, osservato nel contesto del Giappone contemporaneo, è da lui raccontato con un approccio cinematografico spontaneo e naturale, che ricorda molto lo stile di un regista come Mike Leigh ma anche il primo cinema neorealista nipponico, incarnato nella figura di Yasujirō Ozu: a questo grande regista Koreeda è stato in effetti spesso associato, essendo anch’egli un acuto osservatore della quotidianità.

Ma Koreeda non si lascia trascinare dalla facile tentazione di rappresentare bozzetti di vita idillica, costituita da affetti sinceri e da quel sacro rispetto nei confronti dei più anziani che è tratto distintivo della cultura giapponese. L’istituzione familiare è infatti tutt’altro che immune da crisi e al suo interno è facile che nascano duri conflitti: con film come Maborosi e Aruitemo Aruitemo Koreeda ha dimostrato di essere particolarmente interessato a questo aspetto ed ha infatti dedicato gran parte della sua filmografia alla rottura di quell’ordine familiare costruito sul valore dell’ipocrisia (che i giapponesi considerano alla stregua della virtù).

Little sister risalta in quest’ottica come un’opera diversa, più ottimistica e forse ingenua, elementi che spiegano la fredda accoglienza della critica. Adattato dal manga Umimachi Diary, il film racconta l’incontro delle tre giovani sorelle Kōda con la sorellastra: Suzu ha quattordici anni ed è figlia del loro stesso padre, risposatosi con un’altra donna dopo aver lasciato moglie e figlie. Il film racconta il progressivo avvicinamento delle tre donne alla ragazzina, incontrata per la prima volta al funerale del padre. È già durante questa occasione, con la quale si apre il film, che si possono individuare le diverse personalità delle tre sorelle maggiori, interessanti personaggi femminili costruiti in modo forse troppo stereotipato.

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La ventinovenne Sachi è la più anziana e seria, lavora in ospedale e carica su di sé le principali responsabilità della famiglia, specialmente il peso costituito dalla madre, con la quale ha un difficile rapporto; la bella Yoshino ha un buon lavoro, ma stenta ad entrare in una relazione stabile e ha il vizio del bere; la diciannovenne Chiko è  una ragazza spensierata, presa dal suo lavoro presso un negozio di articoli sportivi. Suzu dà subito una impressione positiva alle sorellastre, presentandosi come una ragazza intelligente, educata e sensibile, non priva di una forte personalità (è appassionata di calcio). Finito il funerale, Sachi la invita a trasferirsi con lei e le altre sorelle nell’ampia casa di famiglia a Kamakura, nella quale convivono da anni. Suzu accetta e crea un saldo rapporto di affetto e amicizia con le sorellastre, aiutandole in definitiva a superare il brutto ricordo costituito dall’abbandono del padre.

Si può osservare come anche in Little sister si assista alla crisi dell’unità familiare, incarnata dalla figura negativa del padre (al funerale nessuna piange per lui) e di una madre che pure sembra aver preso le distanze dalle figlie. Eppure è evidente che il tono di Koreeda sia qui meno critico e più leggero: il regista pare non voler spingere oltre quella che è a tutti gli effetti una bella storia di affetti condivisi nonostante le avversità (il tradimento). Suzu viene infatti accettata senza indugio, senza quelle esitazioni che ci saremmo forse aspettati perché giustificate (in fondo la ragazza è figlia della donna che ha distrutto la famiglia Kōda). Il film sembra sul nascere predisposto ad un lieto fine: la perfetta integrazione di Suzu ne è la prova, ma la ragazzina diventa anche l’ingrediente segreto in grado di “guarire” i rapporti interni alla famiglia Kōda, non sempre ideali a causa delle contrastanti personalità delle tre donne. Una famiglia coesa e lontana dall’ipocrisia rappresentata nei precedenti film, protagonista di un film forse scontato e banale, ma molto umano e raccontato con la giusta leggerezza. Una leggerezza di tono che, vogliamo credere, non corrisponde ad una caduta di stile.

Michele Bellantuono
L'autore

Annata ’91, nasco veneto con cognome pugliese. Appassionato delle arti visive, coltivo da molti anni l’hobby della fotografia e l’interesse per la storia dell’arte. Ma, nel corso degli studi umanistici (presso il remoto ateneo maceratese), il vecchio amore per l’arte pittorica unito a quello per la musica hanno dato vita a una passione nuova: il cinema.