John Carpenter – La Cosa

VOTO 9.0
'The Thing' è un apologo pessimista sulla natura umana, il degrado, l’abbrutimento, con Russell ad incarnare il prototipo dell’eroe individualista già perfettamente tratteggiato con lo Snake Plissken di '1997: fuga da New York'.

Se gli anni ’70 segnano, cinematograficamente parlando, la liberazione del corpo, il decennio successivo rovescia radicalmente la prospettiva. Eraserhead ed Elephant man di David Lynch, Alien e Blade runner di Ridley Scott, Scanners e La mosca di David Cronenberg, sono solo alcuni esempi di un cinema che lavora sui corpi, li blandisce, li modella, li penetra, li “esplode”, nel tentativo di filmare l’infilmabile. Ed è in questo filone che s’inserisce La Cosa, ritagliandosi un posto di assoluto prestigio.

Ispirata al racconto di John W. Campbell del 1948, Who goes there, già trasposto al cinema da Howard Hawks nel 1951 (La cosa da un altro mondo), la pellicola condensa perfettamente i caratteristici temi carpenteriani. Il male assoluto, contro cui s’intraprende la solita, strenua lotta, è qui rappresentato da una creatura aliena, rinvenuta nei ghiacci dell’Antartide da una spedizione scientifica: il misterioso essere ha la capacità di assumere le sembianze della forma vivente di cui s’impossessa, producendo una copia perfetta (l’originale finisce distrutto, ça va sans dire). Nel gruppetto di protagonisti si scatenano la paranoia e la diffidenza reciproca, laddove invece nel film di Hawks il team di esperti marciava compatto verso la distruzione dell’invasore (un’allegoria per nulla velata del “Pericolo Rosso” da Guerra Fredda). Al termine dei 108 minuti di film, ne rimarranno in piedi solo due: incendiate le baracche come estremo tentativo di debellare il contagio, nella fredda notte polare, MacReady (Kurt Russell) e Childs (Keith David) si scrutano nell’attesa di sapere chi dei due mostrerà i segni della “possessione”.

Carpenter non risparmia sugli effetti (affidati a Roy Arbogast e Albert Withlock), ma va oltre la meccanica ripetitività dello splatter/gore. Il suo è un cinema con una forte qualità astratta, che, mentre si concede all’occhio dello spettatore, si interroga sulla sua natura di menzogna, creatura mutante che cresce e deflagra all’interno di un perimetro di convenzioni. The Thing, però, è anche un apologo pessimista sulla natura umana, il degrado, l’abbrutimento, con Russell ad incarnare il prototipo dell’eroe individualista già perfettamente tratteggiato con lo Snake Plissken di 1997: fuga da New York. Sullo sfondo, l’Armageddon, la dissoluzione del mondo: a tal proposito, Carpenter stesso considera La Cosa parte integrante di una “trilogia dell’Apocalisse” che continua con Il signore del male (1987) e si conclude con Il seme della follia (1994), mix di vertigini lovecraftiane e riflessioni metalinguistiche.

The Thing, insomma, come punto di non-ritorno poetico-concettuale di uno dei più intelligenti e sottovalutati cineasti in circolazione.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.