Lars Von Trier – Melancholia

VOTO 5.0
Von Trier imbastisce uno spettacolo lungo 136 minuti all’insegna di una vena lirico-estetizzante che ha in un languido senso d’abbandono il suo tono principale.

«La Terra è cattiva, non dobbiamo addolorarci per lei. […] Nessuno sentirà la mancanza». E ancora: «L’unica cosa che so è che la vita sulla Terra è cattiva». In queste due battute-chiave, pronunciate da Justine (Kirsten Dunst), c’è buona parte della filosofia di von Trier. Nel corso della sua carriera cinematografica, iniziata nel 1984 con il notevole L’elemento del crimine, il cineasta danese ha da sempre propugnato l’idea di un’umanità cinica, corrotta, immorale, capace di qualsiasi nefandezze. La vita, per il regista, è un’inferno in Terra, qualcosa che assume talvolta le sembianze del martirio (Dogville), ed in cui «pietà l’è morta» (Dancer in the dark). Ovvio dunque che le considerazioni di Justine, proferite con convinzione spietatamente lucida e seguite dall’asserzione circa la solitudine della razza umana nel cosmo («Io so che siamo soli»), non stupiscano affatto, anzi. Stavolta, però, von Trier ha deciso di fare le cose in grande, per così dire, mettendo i propri personaggi di fronte all’ineluttabile: la fine del mondo ad opera della collisione tra il nostro pianeta e un corpo celeste di nome Melancholia.

Che l’urto non possa essere (e non sarà) evitato lo preannunciano i primi dieci minuti, una sequenza basata su immagini in slow-motion cariche di fascino misterioso, dalla forte valenza simbolica (compare anche I cacciatori nella neve di Bruegel il Vecchio) e contornate dalle superbe note del Tristano e Isotta wagneriano, che si conclude proprio con il fatidico schianto. Il quale, tuttavia, è mostrato come una sorta di pacato “bacio” mortale. Presagi apocalittici (e sempre in qualche modo legati alla natura) c’erano già nel precedente Antichrist: qui il discorso è portato alle estreme conseguenze. L’inizio vero e proprio della pellicola (i succitati dieci minuti precedono i titoli di testa) è contrassegnato da un’occasione di festa, il matrimonio di Justine. Ben presto, però, la situazione cambia di tono: parenti ed amici accorsi al sontuoso ricevimento che la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e suo marito John (Kiefer Suterland) hanno organizzato nella loro villa di campagna, si rivelano infidi, livorosi o superficiali, e la stessa neo-sposa dimostra di esser preda di un malessere esistenziale le cui radici non saranno mai chiarite. Memorabile, in special modo, il personaggio della madre, interpretato da Charlotte Rampling: un misto di tragica consapevolezza, implacabile cinismo e rifiuto dei rituali sociali la portano a disprezzare pubblicamente l’occasione conviviale. Questo suo atteggiamento di chiusura al mondo è, in un certo senso, il germe di quella disillusione che animerà Justine nella seconda metà della pellicola, dedicata invece a Claire. Sposata, madre di un bambino, la donna, contrariamente alla sorella, non riesce ad entrare in sintonia con l’idea della fine. A differenza di John, accecato da un’incrollabile fede nella scienza (al punto tale che, quando Melancholia invertirà inesplicabilmente la propria rotta per dirigersi contro la Terra dopo averla, in un primo momento, solo sfiorata, si ucciderà), ella presagisce qualcosa, ma sceglie di credere alle rassicurazioni del marito. E quando scopre che tutto sta per finire, reagisce irrazionalmente: tenta di fuggire, piange, si dispera. Salvo poi lasciarsi trascinare da Justine in un “rifugio” improvvisato (una capanna costruita con rami di legno), dove il trio (c’è anche il figlio di lei) attende l’impatto tra i due corpi celesti.

Von Trier imbastisce uno spettacolo lungo 136 minuti all’insegna di una vena lirico-estetizzante che ha in un languido senso d’abbandono il suo tono principale. Il regista, evidentemente, è vicino al punto di vista di Justine: anch’egli, proprio come la Dunst (che trascorre una notte intera sdraiata nuda su un prato per lasciarsi carezzare dai bagliori dei suoi raggi) si lascia rapire dalla bellezza di Melancholia. Malgrado il ricorso a Wagner e agli evidenti sforzi (il finale), dallo sguardo di von Trier non trapela alcun senso di disperazione: in fondo, l’umanità è cattiva, la Terra una piccola pallina che orbita intorno al sole di una delle miliardi di galassie e la vita un (imperdonabile) accidente. Che tutto sia spazzato via in un lampo e senza un motivo non può essere fonte di sconforto. A von Trier, insomma, non interessa granché dei suoi personaggi. Questa mancanza d’empatia per la loro sorte si trasmette inevitabilmente allo spettatore, reso emotivamente sterile anche dall’evidente formalismo dell’opera, in cui la ricerca della bellezza dell’immagine sembra avere la meglio sul resto. Eccessivamente lento, il film è penalizzato anche da uno stile registico che, fatto di camera a mano e continue zoomate, è ormai diventato maniera, al punto tale da aver perso la forza espressiva originaria: la stessa overture, in fondo, malgrado la bellezza plastica e surreale delle immagini, risulta un prevedibile esercizio di virtuosismo estetico/poetico, più che un elemento espressivo realmente necessario. Senza contare, poi, che i riferimenti a Festen (il primo film marchiato «Dogma 95») dell’allievo Thomas Vinterberg per la prima parte, e al cinema di Tarkovskij nel suo complesso, risultano palesi. Troppo. Nonostante sia decisamente migliore dello sgangherato e presuntuoso Antichrist (un intruglio malriuscito di psicanalisi, esoterismo e sevizie corporee assortite travestito da riflessione sul dolore della perdita), Melancholia rimane comunque inferiore al resto della produzione di Von Trier, un’opera che malgrado uno spunto affascinante, qualche buona intuizione e l’ottima interpretazione del trio di attori protagonisti, non lascia completamente soddisfatti.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.