Lars von Trier – Nymphomaniac – Volume 2

VOTO 7.0
'Nymphomaniac' non è un film “di formazione”: il percorso di Joe rimane nelle tenebre, perché la sua dipendenza, indipendentemente dal fatto che sia sana o meno, è inaccettabile agli occhi della società.

Il problema del volume 2 di Nymphomaniac (e dunque di tutto Nymphomaniac) è il finale. Il racconto diviso in capitoli della sessuomania di Joe si conclude in modo imprevedibile: non perché, in effetti, si tratti di un epilogo originalissimo, ma perché al punto in cui si era arrivati uno tutto si sarebbe aspettato meno che una chiusura del genere. È un finale aperto, quello di Nymphomaniac, che scarta nettamente rispetto al finto epilogo moralistico che ad un tratto sembra accennare, ma che suona comunque fin troppo “studiato”.

Von Trier voleva prendere a schiaffi lo spettatore, e c’è riuscito. Peccato, però, che il suo desiderio di essere anticonformista stavolta rischi di far crollare tutto – o quasi – il complesso castello di carte che soprattutto nella prima parte aveva edificato. Il volume 2 di Nymphomaniac è inferiore al primo: è più cupo, più asciutto, meno metafisico (anche se non manca il sottotesto blasfemo dell’orgasmo come momento mistico), più incentrato sul racconto di Joe come anti-eroina in lotta contro il perbenismo borghese (la cui versione intellettuale è qui rappresentata dalla psicanalisi). Sembrava aver trovato l’amore, Joe, ma dopo essere andata a vivere con Jerome, la coglie una patologia paradossale per una ninfomane: l’incapacità di provare piacere. Desiderosa di esplorare territori vergini, Joe pratica allora il sesso sadomaso, intreccia una relazione lesbica con una minorenne. Non solo: abbandona la società e si dà al crimine, con la passione lucida e spietata di chi non è mai sazio di esplorare se stesso.

Von Trier racconta tutto questo in un’escalation di violenza, anche qui non lesinando fellatio esplicite (crudelissima quella al pedofilo) e dettagli ginecologici. La luce, che ad un tratto Joe sembra intravedere, viene spazzata via negli ultimi secondi. Come se von Trier fintasse il finale più scontato (la “guarigione”, o quantomeno la consapevolezza della propria patologia) per il puro e semplice gusto di negarlo allo spettatore, una sorta di attestazione di onnipotenza che spinge il regista a rimarcare ancora una volta la propria estraneità ai canoni convenzionali del cinema.

Non ce n’era bisogno, però, è in questo von Trier sembra più che altro simile ad un bambino che, pur di non perdere, quasi distrugge il suo giocattolino. Nymphomaniac non è un film “di formazione”: il percorso di Joe rimane nelle tenebre, perché la sua dipendenza, indipendentemente dal fatto che sia sana o meno, è inaccettabile agli occhi della società. È insomma un film senza speranza e distruttivo in tutti i sensi, e in fin dei conti un esercizio solipsistico, egocentrico, di un regista che rimane comunque morbosamente affascinante.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.