Marco Bellocchio – Sbatti il mostro in prima pagina

Bellocchio non racconta una storia nuova, collocandola in un contesto dov'è possibile respirare un clima di isterismo collettivo, timore e precarietà.

Sbatti il mostro in prima pagina si apre con un giovanissimo Ignazio La Russa impegnato in un comizio. Si prosegue poi con il funerale di Giangiacomo Feltrinelli (morto nel marzo del ’72), con i giovani che urlano ‘Compagno Feltrinelli sarai vendicato’ e subito dopo intonano Bandiera rossa. Infine, la redazione di un quotidiano di destra, Il Giornale (non il Giornale fondato nel ’74 da Montanelli) viene presa d’assalto da dei manifestanti. È un’Italia confusa e protagonista di una profonda rivolta quella messa in scena da Marco Bellocchio, che ambienta il suo film in una Milano alla vigilia delle elezioni e tappezzata da manifesti elettorali.

Gian Maria Volonté, tra gli anni Settanta e Ottanta impegnato in film a tema politico-sociale, veste i panni di Bizanti, il cinico caporedattore del Giornale. L’uomo segue in prima persona le indagini sulla morte di Maria Grazia Martini, una giovane studentessa stuprata e appunto uccisa. Il giornalista, spinto dai proprietari del quotidiano, vuole dimostrare a tutti i costi la colpevolezza di Mario Boni, un militante della sinistra extraparlamentare che, si scoprirà, aveva davvero una storia con la Martini. In realtà, la colpevolezza di Boni non è ancora stata provata, ma Bizanti sa che la vicenda può essere sfruttata nel bel mezzo della campagna elettorale per screditare i gruppi di sinistra. Boni diventa così il ‘mostro’ perfetto, da sbattere direttamente in prima pagina.

Il compito dei giornali è di influenzare i lettori. Lo sa bene Bizanti e lo sa bene anche Marco Bellocchio, che non esita a segnalare apertamente la politica di alcuni quotidiani, più impegnati a confezionare notizie faziose che a produrre un’informazione oggettiva. Bizanti dispensa lezioni di ‘buon’ giornalismo al collega idealista Roveda e inganna un’ingenua Laura Betti, che nel film interpreta Rita Zigai, una matura insegnante con cui Boni aveva una relazione (manovrare la Zigai è facile per Bizanti: la donna è fragile, in quanto ossessionata e gelosissima del suo giovane amante, tanto da risultare mal vista dagli amici del ragazzo). La Zigai, convinta dal perfido caporedattore, testimonia contro Boni, non confermando l’alibi del ragazzo che, così, diventa il colpevole perfetto. Nel frattempo, Roveda continua a indagare, sicuro che l’assassino di Maria Grazia Martini sia un altro.

Bellocchio non racconta una storia nuova (l’intesa tra politica e mezzi d’informazione è faccenda, ahimè, nota e fin troppo diffusa, anche se con le dovute eccezioni), collocandola in un contesto dov’è possibile respirare un clima di isterismo collettivo, timore e precarietà. Un’Italia violenta e incerta, nella quale gli ideali sembrano più confondere e dividere che rassicurare e unire. Nel caos s’inseriscono i quotidiani di parte come Il Giornale, pronti a pilotare l’opinione pubblica in un senso o in un altro: quello di Bellocchio è un film di denuncia, dove primeggia il sempre eccellente Volonté, in uno dei suoi migliori momenti professionali.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».