Marco Ferreri – La grande abbuffata

VOTO 8.5
'La grande abbuffata' è uno spettacolo pantagruelico e grottesco, poiché unisce un tono da commedia al profondo e autodistruttivo disagio esistenziale di quattro borghesi.

Il termine “grottesco” viene spesso usato per definire un qualcosa che racchiude in sé il binomio, apparentemente antitetico, composto da ironia e orrore. Questa parola risulta pertanto decisamente appropriata per un regista come Marco Ferreri, che con alcuni dei suoi film (spesso censurati) ha dimostrato di saper mettere in scena pellicole eccessive, satire controverse che descrivono criticamente la società borghese contemporanea denunciandone il vuoto di valori, colmato col gusto (celato da una morale ipocrita) per l’eccesso e appunto per l’orrido, che ha piena realizzazione nella trama del suo film La grande abbuffata.

Ugo (Tognazzi), Marcello (Mastroianni), Michel (Piccoli) e Philippe (Noiret) sono quattro amici stanchi e insoddisfatti della propria vita: rispettivamente, uno chef in conflitto con la moglie, un pilota seduttore ridotto all’impotenza, un produttore televisivo omosessuale deluso dal lavoro e un magistrato legato alla sua vecchia balia da un vincolo sessuale. Non avendo più soddisfazioni dalla vita, i quattro decidono di riunirsi nella villa del magistrato, passando un weekend all’insegna di grandi mangiate, con l’aggiunta del divertimento sessuale, proposto da Marcello. Le prostitute invitate però restano poco, disgustate dall’assurda quantità di cibo consumata dagli uomini. Si aggiunge alla compagnia la sola Andréa (Ferréol), maestra formosa e dalla buona forchetta, ma inizialmente ignara dell’obiettivo che i quattro si sono prefissati di raggiungere: mangiare in quantità improponibili fino a morirne, accompagnando il tutto con il sesso fornito dalla vogliosa Andréa.

Il regista ha dichiarato di aver voluto fare un “film fisiologico”, senza spazio lasciato ai sentimenti. Sicuramente La grande abbuffata è uno spettacolo pantagruelico e grottesco, poiché unisce un tono da commedia (il cui elemento portante è Tognazzi) al profondo e autodistruttivo disagio esistenziale di questi quattro borghesi, armati di una volontà autolesionista che li conduce alla morte, nonostante una via di fuga alternativa sia offerta dalla loro professione (simbolo della virtù borghese). Essi rappresentano la sovrana società dei consumi, quella stessa che sarebbe stata sezionata dalla viscerale metafora di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultima opera filmica di Pasolini per molti versi accostabile al film di Ferreri (gli eccessi, il mangiare, l’erotismo “malato” e la netta suddivisione professionale dei personaggi sono presenti in entrambi).

Ferreri dà origine ad una satira fastidiosa, difficile da digerire come le abbondanti (e fatali) portate del suo film. Il suicidio dei quattro personaggi non ha nulla di positivo, ma veicola un senso generale di orrore e schifo: ogni cosa è sommersa dalla deiezione, biologica ma anche ideologica, appropriata immagine di un mondo che si arrende davanti al valore vacuo dell’abbondanza, accettando di morire sotto le proprie scorie.

Michele Bellantuono
L'autore

Annata ’91, nasco veneto con cognome pugliese. Appassionato delle arti visive, coltivo da molti anni l’hobby della fotografia e l’interesse per la storia dell’arte. Ma, nel corso degli studi umanistici (presso il remoto ateneo maceratese), il vecchio amore per l’arte pittorica unito a quello per la musica hanno dato vita a una passione nuova: il cinema.