Marco Ferreri – L’udienza

VOTO 8.0
Enzo Jannacci interpreta con spontanea naturalezza l’impacciato ma risoluto Amedeo, ufficiale dell’esercito giunto a Roma con la sola intenzione di parlare al santo Padre, un’ossessione che sembra non avere freni.

Non sono molti i registi che hanno voluto indagare con occhio critico nel riservato mondo delle alte sfere ecclesiastiche. Il coraggio non è mancato a Nanni Moretti, autore di Habemus Papam, ma un’altra precedente pellicola, L’udienza di Marco Ferreri del ‘72, costituisce forse l’esempio più classico. Il contesto è appunto quello del Vaticano, con la sua imponente architettura, la sua sacralità e le sue leggi, organizzate secondo una rigida burocrazia che Ferreri ridicolizza, presentandola al pubblico con il suo solito tono semiserio, ovvero popolando Roma con il ben noto carrozzone di personaggi grotteschi (qui nobili eccentrici, prostitute, frati ribelli), peculiarità del suo cinema eccessivo.

Enzo Jannacci interpreta con spontanea naturalezza, legata forse alla condizione di attore di poca esperienza inserito in un cast di alto livello, l’impacciato ma risoluto Amedeo, ufficiale dell’esercito giunto a Roma con la sola intenzione di parlare al santo Padre, un’ossessione che sembra non avere freni ma che inevitabilmente si scontra con la barriera burocratica del Vaticano, costituita da alabarde, porte inaccessibili e forze dell’ordine.

La richiesta di Amedeo di un colloquio suona infatti assolutamente illegittima alle orecchie del paranoico commissario Diaz (Ugo Tognazzi), che fa di tutto pur di allontanarlo dal proposito: per distrarlo gli presenta quindi la sensuale prostituta Aiché (Claudia Cardinale). Lei lo seduce, ma Amedeo non demorde e usa la donna per smuovere alcuni influenti personaggi legati al clero, quali il nobile Donati (Vittorio Gassman) e monsignore Amerin (Michel Piccoli). Purtroppo Amedeo combatte contro un sistema che ignora le sue buone intenzioni e sembra anzi prendersi gioco della sua impotenza. Presto si vede costretto ad ammettere di essere «sempre più calato in una situazione kafkiana».

Kafka costituisce in effetti il modello letterario più vicino al film, che sotto molti aspetti ricorda il suo romanzo Il castello: Amedeo è come l’agrimensore K., uomo modesto impegnato in una personale e assurda battaglia contro il sistema burocratico, che nel romanzo kafkiano richiedeva l’aiuto del protagonista K. per poi negargli il lavoro e che ne L’udienza impedisce all’ufficiale di avere dialogo privato col papa, senza giustificare bene il divieto. Oltre ai dialoghi, parole atte a confondere e immergere lo spaesato Amedeo nelle spire della formalità (avvicinandolo ad un obiettivo che gli sarà nonostante tutto precluso), è la stessa fotografia del film che contribuisce a “schiacciare” Amedeo, opprimendo la sua sagoma tra le alte colonne di San Pietro ed evocando così quel senso di maestosa indifferenza che descrive bene il mondo ecclesiastico criticato da Ferreri.

Ma la lotta di Amedeo è per il regista un pretesto per indicare la burocrazia come una delle tante armi di un più generico Potere, integrando il film nel contesto storico degli anni ’70, periodo in Italia di contestazioni studentesche e atti terroristici diretti proprio contro un potere che, idealmente, governa per il bene del cittadino, ma di fatto lo isola e ne ignora le reali volontà.

Michele Bellantuono
L'autore

Annata ’91, nasco veneto con cognome pugliese. Appassionato delle arti visive, coltivo da molti anni l’hobby della fotografia e l’interesse per la storia dell’arte. Ma, nel corso degli studi umanistici (presso il remoto ateneo maceratese), il vecchio amore per l’arte pittorica unito a quello per la musica hanno dato vita a una passione nuova: il cinema.