Nicolas Winding Refn – The neon demon

VOTO 5.5
Con "The neon demon" NWR scandalizza e sconvolge, tramite delle ottime suggestioni visive, che si accompagnano alla musica di Martinez. Il viaggio nella bellezza, però, è poco strutturato e di spessore.

Come definire NWR? Da sempre le opinioni sul regista danese sono contrastanti, tra chi lo considera una delle voci più interessanti del panorama cinematografico mondiale (non più solo europeo dai tempi di Drive) e chi non lo ama affatto. Da parte sua, il “buon” Nicolas tira dritto per la sua strada, senza lasciarsi condizionare («se non c’è reazione, non c’è arte», ha dichiarato in un’intervista pubblicata sul numero di giugno di Ciak). Ne è la prova questo The neon demon, il suo ultimo film.

Un film di donne, belle e pericolose. Jesse (Elle Fanning) arriva a Los Angeles con l’intenzione di diventare una modella. E ci riesce, perché possiede quel “qualcosa in più” che attira gli sguardi e, con essi, anche le invidie, le gelosie.

Non è la moda in sé a generare mostri, quanto le luci (i neon) puntate costantemente su modelle egocentriche ed egoiste: lo scopo di Winding Refn era quello di approfondire questo aspetto, tramite un linguaggio cinematografico fuori dagli schemi, che richiama antichi rituali necrofili e cannibali, in cui le grandi protagoniste sono le immagini e la musica (ispirata a Moroder), quest’ultima a cura di Cliff Martinez, storico collaboratore di Winding Refn dai tempi di Drive. Andare a vedere The neon demon significa, soprattutto, confrontarsi con i demoni scatenati dal regista, che non vuole intrattenere, quanto sconvolgere e destabilizzare.

neon-demon-the-2016-003-girl-looks-in-mirror-covered-in-blood_1000x750

Winding Refn punta l’attenzione sulle donne, creature che tanto lo affascinano, sviscerandone gli istinti più primordiali e violenti. La violenza, elemento predominante in tutte le sue opere, era stata finora analizzata all’interno di un universo esclusivamente maschile, con grandi personaggi quali Frank, Toni e Milo della trilogia di Pusher, il Bronson di Tom Hardy, One-Eye di Valhalla Rising e, soprattutto, i caratteri portati sullo schermo da Ryan Gosling in Drive e Solo Dio perdona. Con The neon demon, invece, il sapore è tutto femminile: qui si parla di bellezza, «che non è tutto. È l’unica cosa».

Ed è forse questo il problema di The neon demon: una visione estetica che finisce per prevalere in maniera prepotente sulla storia raccontata, che perde di spessore, ed è ben lontana dalla complessità e dal dramma interiore vissuto dagli uomini di Winding Refn. Il regista non rinuncia a un forte simbolismo e ai giochi cromatici, richiama la millenaria diconomia essere/apparire e registi quali Lynch e Cronenberg, ma non riesce a produrre una storia compatta e lineare, ben strutturata e ragionata in ogni singola sua componente, non solo visiva, ma anche di contenuto. NWR punta a produrre un risultato che è mera astrazione, una suggestione che non è nuova al suo modo di fare cinema, ma che qui diventa esercizio stilistico fine a sé stesso.

Winding Refn è un artista capace, che sa raccontare belle storie, sa sperimentare e, spesso, in direzioni molto interessanti, anche se difficili (vedi l’ermetico Valhalla rising). Ultimamente, però, tende a smarrirsi in una sorta di autocompiacimento di sé e del proprio talento (un po’ come Lars von Trier), che rischia di danneggiare delle idee potenzialmente molto valide: tutto ciò non ha nulla a che vedere con uno stile personale e un linguaggio particolare, né con la voglia di indipendenza intellettuale all’interno del panorama cinematografico. C’è una bella differenza tra il raccontare una storia secondo il proprio gusto, senza lasciarsi condizionare da logiche di mercato, e fare film per il mero gusto dello scandalo.

Si rischia anche di concentrarsi fin troppo su temi già trattati mille volte in passato, come quello della bellezza a tutti i costi, il vuoto cosmico sotto l’apparenza (ma Bret Easton Ellis ci aveva già raccontato la stessa storia in American psycho), la corruzione dell’anima. Insomma, si rischia di far passare per eccezionali cose che in fondo non lo sono. Solo un aspetto salva NWR dalla completa stroncatura: che una trama inflazionata venga narrata con la solita, atroce ferocia, che costituisce il marchio di fabbrica del regista danese, che qui va anche oltre, con richiami al Dario Argento di Suspiria. In alcuni passaggi non è un film per tutti. Non per gli stomaci deboli, almeno.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».