Oliver Stone – Assassini nati. Natural born killers

VOTO 8.0
"Assassini nati" è una delle pellicole più sconvolgenti, visionarie ed eccessive dell’intera storia del cinema, un durissimo e potente j’accuse nei confronti della società capitalista postmoderna.

Il soggetto di Assassini nati (Natural born killers, nell’originale) risale al 1991. Quentin Tarantino lo scrisse nello stesso anno in cui completò quello de Le iene (che egli stesso avrebbe portato sul grande schermo, in veste di regista, dodici mesi più tardi) e di Una vita al massimo (diretto nel 1993 da Tony Scott). Inizialmente il progetto non interessava a nessuno: troppo eccessivo ed eccentrico per i gusti di Hollywood. In soccorso di Tarantino arrivò ben presto una coppia di produttori, Don Murphy e Jane Hamsher, i quali, intenzionati a fare di Assassini nati un film, si rivolsero ad Oliver Stone, che aveva già alle spalle Salvador, Platoon, Wall Street, Nato il quattro luglio e Talk radio. A Stone, però, il soggetto tarantiniano non piaceva: assieme a David Veloz e Richard Rutowski scrisse pertanto una sceneggiatura che ridimensionava l’importanza dell’azione pura e dell’intreccio ed enfatizzava l’elemento di critica sociale, rivolta contro la famiglia, le forze dell’ordine, le istituzioni carcerarie e, soprattutto, contro i mass media.

Prima ancora che per l’ideologia che lo sottende, il film di Stone inevitabilmente colpisce per l’aspetto visivo. Le avventure di Mickey e Mallory Knox (interpretati rispettivamente da Woody Harrelson e da Juliette Lewis), che prima seminano il terrore lungo le highway americane e poi si rendono protagonisti di una cruenta fuga da un penitenziario, sono raccontate attraverso uno stile delirante, imperniato sull’uso di inquadrature ottenute da bizzarre angolazioni e su un montaggio ossessivo, che fonde materiale stilisticamente eterogeneo (trentacinque e sedici millimetri, super 8, videotape, colore, bianco e nero, animazione, fermi immagine). Le 3000 inquadrature che compongono il film (un lungometraggio di media durata abitualmente ne contiene 700…) sono accompagnate da una colonna sonora in cui si mescolano disinvoltamente Trent Reznor e Leonard Cohen, Diamanda Galas e Puccini, Melvins e Shangri-Las. Il risultato è un turbinante e psicotico blob audiovisivo, un flusso lisergico ed allucinato di immagini e suoni che sfrutta tanto il meccanismo dell’associazione di idee quanto la tecnica dei messaggi subliminali, senza dimenticare gli accostamenti ironici.

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L’approccio postmoderno di Stone è però evidente anche sul piano narrativo e si esprime nel mix di generi, nel citazionismo e nell’approccio parodistico. Prendiamo la coppia di protagonisti, i Knox. Non sbaglia chi vi vede riflessi i Bonnie e Clyde ritratti da Arthur Penn nel celebre Gangster story (1967). In entrambi i casi, siamo difronte a personaggi che si fanno carico di istanze di ribellione e rivolta sociale. I Knox sono assassini, è vero, ma in un mondo ovattato e mediatizzato come quello messo in scena da Stone, rappresentano gli unici esseri realmente vivi. La “gente comune” è ridotta ad un branco di «zombie», una massa informe di individui lobotomizzati dalla televisione, passivi, inermi, facilmente manipolabili. Carne da macello, insomma, non solo per la coppietta di “sposini”, ma anche per cinici anchorman (il Wayne Gale di Robert Downey Jr.) e reazionari rappresentanti della legge (il sadico detective James Scagnetti o il grottesco direttore del penitenziario Warden Dwight McClusky, interpretati rispettivamente da Tom Sizemore e Tommy Lee Jones). La rabbiosa ed allucinata arringa anti-sistema di Stone non risparmia neppure l’istituzione per eccellenza, la famiglia. Il regista, con un autentico colpo di genio, affida la rappresentazione delle angherie domestiche subite da Mallory (padre violentatore, madre testimone silente) ad un flashback che prende le forme di una straniante ed assurda sit-com, I love Mallory, cogliendo così due piccioni con una fava: da un lato la distruzione dello stereotipo della felice famigliola borghese, dall’altro la denuncia della grossolana volgarità e del carattere manipolatorio e alienante dei programmi tv.

Totalmente amorali, Mickey e Mallory uccidono spinti da una pulsione superomistica e predatoria (sopravvive solo il più forte): il punto è che per Stone essi non sono peggiori dei vari Gale, McClusky e Scagnetti. È quest’ambiguità nei confronti dei suoi due antieroi che ha attirato al regista, all’indomani dell’uscita del film, numerosissime critiche (nonché l’accusa di aver ispirato, non da ultimo, il massacro della scuola di Columbine, avvenuto il 20 aprile del 1999). Al di là di tutto ciò (e nonostante l’ideologia semplicistica alla base del film), Assassini nati rimane una delle pellicole più sconvolgenti, visionarie ed eccessive dell’intera storia del cinema, un durissimo e potente j’accuse nei confronti della società capitalista postmoderna da parte di uno dei più appassionati cineasti contemporanei.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.