Paolo Genovese – Perfetti sconosciuti

VOTO 7.5
Niente è come appare nel nuovo film di Paolo Genovese, "Perfetti sconosciuti": un pericoloso gioco rischia di compromettere gli equilibri di alcune coppie di amici.

È l’incubo di ogni compagno infedele: che il proprio cellulare finisca nelle mani del partner. Perché non tutti hanno l’accortezza di cancellare un messaggio compromettente o una conversazione ambigua, che, di fatto, riescono in pochi minuti a mettere in discussione un’intera relazione.

Paolo Genovese, in Perfetti sconosciuti, racconta proprio una storia di questo tipo. Ci sono alcune coppie (più un – quasi – single) che si ritrovano a cena. Sono amici da tanto tempo, si conoscono bene, o, almeno, così credevano. Sarà proprio quella sicurezza, che deriva dai rapporti decennali, a determinare il gioco al massacro che si consumerà intorno a un tavolo. Nel corso della serata, infatti, tutti sono chiamati a mettere a disposizione il proprio telefonino e a condividerne il contenuto con gli altri. In questo modo i “perfetti conosciuti” si trasformano in sconosciuti all’ennesima potenza, ciascuno con i propri segreti inconfessabili.

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Perfetti sconosciuti è un film da record, campione d’incassi che sta facendo parlare molto di sé all’estero, tanto che in alcuni Paesi si sta già pensando a dei remake. Merito di una sapiente regia e di un’ottima sceneggiatura, che alterna momenti grotteschi, quasi comici, alla chiara, netta consapevolezza che il mondo dei social ha trasformato irrimediabilmente la società e non sempre in meglio. Non si tratta solo di un cellulare, ma del modo in cui oggi viene gestita tutta la sfera comunicativa, dal selfie fatto in ogni luogo e in ogni momento della giornata, al post sul social network in cui esprimiamo un nostro stato d’animo. Tutto diventa pubblico e, alle volte, nemmeno ci rendiamo conto che tale sorte tocca pure ai nostri misfatti.

Dalla pellicola di Genovese esce il ritratto doloroso di una generazione figlia del suo tempo e degli strumenti che lo dominano: apparentemente sicura di sé, allegra e socievole, e intimamente fragile, insicura, superficiale. Il finale non fa altro che confermare un senso di caducità umana, la prigionia in quella vita segreta che da sempre esiste, che un po’ tutti hanno, ma che, oggigiorno, con fatica si riesce a controllare. Allora tutti gli altarini si scoprono: non solo tradimenti, bugie, omissioni, ma anche pregiudizi e l’incapacità quasi patologica di essere sinceri, con sé stessi e con gli altri.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».