Pier Paolo Pasolini – Medea

VOTO 8
Sacro e sconsacrato costituiscono il punto centrale della "Medea" di Pasolini, interpretata dalla splendida Maria Callas.

Medea di Pier Paolo Pasolini si apre sulla figura di Giasone, educato dal Centauro, che, oltre a essere un padre (ma non è il suo vero padre), è per lui un maestro. Al piccolo Giasone viene insegnato che ogni cosa è abitata da un dio, ma, crescendo, il Giasone adulto perde progressivamente questa visione del mondo, per abbracciarne una più concreta, dove non esiste un dio, ma ogni cosa non ha altri significati oltre a sé stessa, oltre alla sua essenza visibile. Il Centauro stesso rappresenta questi due poli opposti (nel film saranno ben visibili due versioni del Centauro, da una parte la creatura metà uomo e metà cavallo, dall’altra un uomo): un mondo antico e spirituale – che sempre sarà presente nell’inconscio di Giasone – e un nuovo mondo, dominato dalla ragione.

Sacro e sconsacrato costituiscono quindi il punto centrale della pellicola di Pasolini. Ad un certo punto, Giasone parte per impossessarsi del vello d’oro, la pelle dorata di Crisomallo: infatti, con lo scopo di riconquistare il trono di Iolco usurpato da Pelia e che a Giasone spetta di diritto, l’eroe si reca nella Colchide e ruba il vello. È qui che entra in gioco il personaggio di Medea (interpretato dalla splendida Maria Callas), colei che subirà una «conversione alla rovescia», ovvero passerà da una condizione di sacralità allo sconsacrato (è il Centauro a spiegare questa trasformazione della donna a Giasone). A provocare il cambiamento in Medea è lo straniero, Giasone, di cui lei si innamora; tuttavia, l’amore per Medea significherà disorientamento, morte, distruzione: se nella sua terra d’origine poteva parlare con la natura e conoscerne il suo più profondo significato (un tratto che l’accomuna al Centauro che Giasone vede da bambino), nel nuovo mondo in cui giunge con l’amante ella perde ogni contatto con il divino. Se in un primo momento l’amore carnale con Giasone riesce a sostituire ciò che Medea ha perduto, il matrimonio – di convenienza, senza amore – che l’uomo pianifica con Glauce (nota anche come Creusa), la figlia di Creonte, re di Corinto, provoca la rabbia di una Medea già da tempo in conflitto con sé stessa.

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La Medea rifiutata e tradita si riappropria di tutto ciò che era prima di incontrare Giasone: «tutto è santo. Ma la santità anzi è una maledizione» afferma il Centauro e, così, si compie il destino (anzi la catastrofe) tragico di Medea. La donna finge di accettare l’unione di Giasone e Glauce e dona alla rivale degli abiti. Nella tragedia di Euripide, Glauce muore poiché da quei vestiti si sprigiona un fuoco che la brucia viva (e con lei il padre, nel tentativo di salvarla). In Pasolini, invece, Glauce e Creonte si suicidano, la prima consumata dai sensi di colpa per aver rubato il marito a un’altra donna, il secondo a causa del gesto definitivo della figlia. Con Glauce fuori dai giochi, eliminata grazie a una sottile manipolazione psicologica attuata da Medea, quest’ultima può ora pianificare la sua vendetta contro Giasone.

Film che si struttura su più piani di lettura, Medea venne apprezzato dalla critica, ma non dal pubblico (si tratta comunque di un’opera splendida ma di non facilissima visione, dove le parole sono sacrificate per fornire, tramite le immagini, un contatto diretto con la storia narrata e, soprattutto, con i luoghi e la natura). Pasolini non rinuncia a trasporre nel mito classico il contrasto tra mondo borghese e contadino, tra barbaro e civile, un conflitto mai risolto e destinato a non trovare punti di accordo (la soluzione sarebbe una coesistenza tra i due universi: tuttavia, l’avanzare del nuovo provoca quasi sistematicamente la distruzione dell’antico). Come il vecchio Centauro che non può più parlare, poiché le sue parole risulterebbero incomprensibili in un nuovo mondo sconsacrato, così si consuma il dramma di Medea e dello stesso Giasone, che ama la donna, ma la sua coscienza ha scelto di ignorarla, insieme al mondo ancestrale che ella rappresenta e che Giasone non è più in grado di capire.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».