Steven Spielberg – Lincoln

VOTO 9.0
"Lincoln" non è un film esente da problematicità: il suo protagonista è un uomo tormentato, alle prese con terribili presagi in forma d'incubi, una moglie malata di mente e un figlio che cerca di trattenere dall'arruolarsi.

Lincoln, di Steven Spielberg, è puro cinema americano. Lo permea il gusto per l’affabulazione, il piacere della narrazione, che si traduce in un controsenso, un dramma da camera condotto come un’epopea (o il contrario, se preferite). Il primato, qui, spetta alla parola: non tanto perché la sceneggiatura abbonda di dialoghi, con il Presidente che ama raccontare storielle e aneddoti ai suoi interlocutori, ma soprattutto perché la Guerra di Secessione e l’ignobile pratica schiavistica ci vengono mostrate dalle “quinte” della politica. Spielberg suggerisce subito questa prospettiva “teatrale”, con un incipit che, voce fuoricampo (il racconto di un soldato di colore) e carrellata all’indietro a cogliere Lincoln di spalle, lega indissolubilmente campo di battaglia e Casa Bianca.

La politica, in Lincoln, è infatti più che mai luogo (mortale) di sottigliezze semantiche, mediazioni, compromessi a volte anche sporchi. Il Presidente (che ha l’occhio di falco e il fisico rinsecchito di Daniel Day Lewis), pur di far approvare il tredicesimo emendamento alla Costituzione – quello che cancellerà definitivamente la schiavitù – non esita a “comprare” gli oppositori, offrendo a quei deputati non rieletti cariche pubbliche in cambio di appoggio. Voto di scambio, si chiama, ma il pragmatismo di Lincoln, il suo senso della priorità storica, lo inducono ad accettare la massima per cui “il fine giustifica i mezzi” senza battere ciglio.

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Ciononostante, Lincoln non è un film esente da problematicità. Il suo protagonista è un uomo tormentato, alle prese con terribili presagi in forma d’incubi, una moglie malata di mente (Sally Field, fiera e fragile), un figlio che cerca di trattenere dall’arruolarsi (Joseph Gordon-Levitt, ma il suo è il personaggio più debole). E poi l’orrore della guerra, di questa guerra, un fratricidio che divide la nazione e scava un solco profondissimo (tutt’ora visibile) tra Nord e Sud. Tutto questo schiaccia Lincoln: «c’è una pesantezza che mi morde le ossa», confida al generale Grant a guerra conclusa, un anno dopo l’approvazione dell’emendamento. Da lì a poco, i fantasmi del Presidente, quel senso di oscura predestinazione che l’accompagna sin dall’inizio del film (l’incubo del viaggio in solitaria su una nave mossa da «un terribile potere»), si materializzano nel colpo di pistola (fatale) esplosogli contro da John Wilkes Booth durante (e non poteva essere altrimenti) una rappresentazione teatrale.

Ma il palco di Lincoln è più ampio: è quello del racconto cinematografico, che crea il mito e vanifica la morte. Su di esso, Day-Lewis (pur penalizzato dal doppiaggio di Pierfrancesco Favino, eccessivamente caratterizzato) e Spielberg giganteggiano. Hollywood al suo meglio, insomma.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.