Xavier Dolan – J’ai tué ma mère

VOTO 8
Questa prima prova da regista di Dolan convince, per l'entusiasmo, la genuinità e l'immediatezza nel trasmettere sentimenti ed emozioni con cui è stata realizzata.

A soli vent’anni Xavier Dolan ha firmato la sua prima regia con J’ai tué ma mère, film basato su una sceneggiatura semi-autobiografica, scritta dallo stesso Dolan a soli sedici anni.

Hubert è un adolescente canadese, che vive insieme alla madre Chantale, da tempo separata dal marito. L’uomo non si cura più di tanto delle sorti del figlio e Hubert cresce senza una figura maschile di riferimento, in costante contrasto con la mamma, a cui nasconde la sua omosessualità. Addirittura, il ragazzo arriva a dire a un’insegnante che la madre è morta, una dichiarazione che lascia intuire il dolore e la frustrazione che animano il protagonista: Hubert, infatti, ha con Chantale con legame di amore/odio e sfoga di su di lei tutte le inquietudini tipiche della sua età, accusandola di non capirlo e di non amarlo abbastanza.

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J’ai tué ma mère introduce per la prima volta due aspetti ricorrenti nella produzione di Dolan: il complicato rapporto madre/figlio e l’omosessualità. Inoltre, nel film sono presenti delle attrici che lavoreranno spesso con lui: da Anne Dorval (di nuovo madre in Mommy) a Suzanne Clément (Kyla in Mommy e splendida Fred in Laurence anyways). Soprattutto la Dorval è in grado di dare voce a una donna sola, incapace di gestire un figlio arrabbiato e confuso, che si abbandona a frequenti scatti d’ira, che vuole starle accanto e, nello stesso tempo, fuggire lontano da lei; un figlio talmente incazzato da non capire che tutte le madri, alla fine, muoiono davvero, prima metaforicamente (quando avviene il passaggio nell’età adulta) e poi realmente, lasciando dietro di sé un vuoto incolmabile, dove a mancare sono anche le incomprensioni e i litigi.

Questo esordio dietro la macchina da presa di Dolan convince, per l’entusiasmo, la genuinità e l’immediatezza nel trasmettere sentimenti ed emozioni con cui è stato realizzato. Il regista canadese cura con attenzione le inquadrature, i dialoghi, la musica e presta il suo volto al personaggio di Hubert e al suo dramma interiore, impegnato a urlarlo (letteralmente) contro una madre che lo ama profondamente, ma che, nello stesso tempo, non può tollerare di venire schiacciata e umiliata nel costante scontro col figlio.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».