Xavier Dolan – Mommy

VOTO 9.5
Con "Mommy", Dolan ha raggiunto una certa maturità cinematografica, dimostrando un'eccezionale capacità di catturare momenti, eccitazioni, turbamenti dell'animo.

In una Canada del futuro, il governo ha approvato la legge S-14, che prevede il ricovero coatto di minori difficili. Nessuna procedura legale, nessuna scartoffia inutile: basta un consenso e il problema è risolto. Diane è una vedova quarantaseienne, a cui la vita non ha risparmiato nulla: il marito è morto, lasciandola in guai finanziari e con un figlio, Steve (la rivelazione Antoine Olivier Pilon), da crescere. Steve soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività, una patologia che lo ha portato in una comunità di recupero. Purtroppo, durante la sua permanenza nel centro, Steve aveva dato fuoco a un ragazzino in mensa e, a quel punto, la direttrice dell’istituto aveva convocato Diane, affinché si riprendesse il figlio, giudicato ormai irrecuperabile.

Diane ama Steve e Steve ama Diane. Di un amore intenso, tenero, sessuale (da parte del figlio), costellato da gesti d’affetto, ma anche da violenze e insulti: tuttavia, la donna si rifiuta di ricorrere alla S-14, nonostante la fragilità di Steve. Un giorno, nella vita della coppia entra una vicina di casa, Kyla, un’insegnante costretta a un periodo sabbatico a causa una grave forma di balbuzie, causata, molto probabilmente, dalla morte di un figlio (non si fa mai riferimento esplicito all’episodio nel film, anche se in alcune scene vengono mostrate le foto di un bambino nella camera da letto di Kyla). Insieme, i tre cercano di superare le loro debolezze, chiudendosi in un inaccessibile microcosmo che li protegge dal mondo esterno, dove Steve sembra trovare un po’ di pace, Diane un po’ di tranquillità e Kyla l’uso corretto della parola.

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Quinta regia firmata da Xavier Dolan, successiva allo splendido Tom à la ferme, Mommy regala agli spettatori un momento di grande cinema. Il regista ha scelto il formato 1:1, che permette di inquadrare un solo personaggio alla volta, escludendo tutto il resto. Un formato claustrofobico, che trova momenti di respiro in alcune scene musicali particolarmente emozionanti, dove, per esempio, il personaggio di Steve sfoga la sua energia interiore facendo volteggiare un carrello della spesa, o durante un ballo in cucina, sulle note di On ne change pas di Céline Dion, con Steve truccato e con lo smalto nero, che danza insieme a Diane e Kyla .

Ed è proprio grazie a quelle scene in musica che, per un momento, si ha l’impressione che lo strano terzetto possa costituire finalmente una famiglia, forse non convenzionale, ma comunque una famiglia. Solo che Mommy vuole anche raccontare il difficile rapporto tra una madre e un figlio (e, in questo, la pellicola si ricollega al lungometraggio di debutto di Dolan, J’ai tué ma mère, dove la madre era interpretata ancora una volta dalla magnifica Anne Dorval), la complicata situazione psicologica di Steve e l’angoscia di vivere in un mondo crudele, dal quale la stessa Diane cerca di proteggersi, con un look aggressivo, un linguaggio sboccato e un atteggiamento costantemente sopra le righe.

Con Mommy, Dolan ha di certo raggiunto una certa maturità cinematografica, dimostrando un’eccezionale capacità di catturare momenti, eccitazioni, turbamenti dell’animo. Il regista canadese torna a concentrarsi sulle donne, sulle madri, questa volta ritraendo in positivo il personaggio di Diane, la quale per il figlio sacrifica tutto, il lavoro, le amicizie, la sua salute mentale: lo fa per amore e per un sentimento di speranza, perché ‘il mondo è privo di speranza, ma è pieno di gente che spera’.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».