Xavier Dolan – È solo la fine del mondo

VOTO 8
'È solo la fine del mondo' è un doloroso racconto sull'incomunicabilità che esiste tra i membri della medesima famiglia, uniti da un affetto che, tuttavia, spesso non riesce ad andare oltre la rabbia, le inquietudini e le incomprensioni.

Louis (Gaspard Ulliel) è uno scrittore, malato terminale, che torna dalla famiglia dopo un’assenza di dodici anni. Ora, di fronte all’imminente morte, decide di comunicare ai suoi cari la triste notizia. I famigliari reagiscono diversamente al ritorno del ‘figliol prodigo’: c’è Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore, da sempre geloso di Louis; la sorella Suzanne (Léa Seydoux), che accoglie il fratello a braccia aperte, anche se è cresciuta senza averlo mai conosciuto; completano il quadro l’insicura cognata Catherine (Marion Cotillard) e la madre Martine (Nathalie Baye), che nel ritorno di Louis vede la possibilità di un nuovo dialogo con quel figlio mai del tutto compreso.

Torna al cinema il talentuoso Xavier Dolan in È solo la fine del mondo, basato sull’omonima piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce. Forte di un cast superlativo, il film è forse una delle prove più commoventi e toccanti del regista canadese, qui impegnato a mettere in scena una fitta rete di nevrosi, insicurezze e contrasti, ovvero le cause che, anni prima, avevano spinto Louis a un auto-esilio da casa. Quando torna nel suo paese natale, il protagonista deve fare i conti con un passato immutabile, che necessita di nuove parole per raccontarsi o, meglio, per spiegarsi, forse per la prima volta.

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La pellicola è un doloroso racconto sull’incomunicabilità che esiste tra i membri della medesima famiglia, uniti da un affetto che, tuttavia, spesso non riesce ad andare oltre la rabbia, le inquietudini e le incomprensioni; a determinare la definitiva assenza di comunicazione è anche la solitudine vissuta dai singoli personaggi, prigionieri delle proprie angosce, dei fantasmi del passato e del presente, dei rimpianti. La famiglia (disfunzionale) è in nucleo essenziale di questo dramma, incentrato su dei sofferti primi piani: Louis deve informare gli altri di una notizia importante, ma qual è il momento giusto per farlo? E, soprattutto, sarà possibile raccontare una verità tanto delicata alla madre e ai fratelli, oltrepassando il muro che da sempre li separa? Riuscirà Louis a ricongiungersi simbolicamente con le sue origini (la famiglia) ora che per lui è giunta ‘la fine del mondo’ (la morte)?

Il risultato finale è un inferno di dolore e collera che consuma, giorno dopo giorno, i protagonisti del lungometraggio, ciechi soprattutto nei confronti di Louis, il figlio/fratello che tanti anni prima ha chiuso la porta dietro di sé e non si è più voltato indietro. Proprio per quest’ultimo diventa difficile prendere la parola di fronte al fiume in piena rappresentato dalla sua famiglia, tra chi lo giudica per il suo passato e chi si aspetta da lui qualcosa per il futuro. Insomma, È solo la fine del mondo richiama buona parte della filmografia di Dolan, segnata dall’incapacità dei caratteri di spiegare sé stessi non solo al mondo esterno, ma anche a chi sta loro accanto (nel semi-autobiografico J’ai tué ma mère, l’incomunicabilità era, ancora una volta, tra una madre e il figlio). Il regista si concentra sull’interiorità dei suoi personaggi, rappresentanti della famiglia contemporanea, segnata da tragedie intime che non trovano alcuna espressione, se non nel silenzio.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».