Un generale senso di bellezza: “Mad Men”

È curioso pensare ad uno show come Mad Men, capace di vincere quattro volte consecutive l’emmy award per la miglior serie drammatica, come ad un copione chiuso in un cassetto per 7 anni. Sì perché il bellissimo ...

È curioso pensare ad uno show come Mad Men, capace di vincere quattro volte consecutive l’emmy award per la miglior serie drammatica, come ad un copione chiuso in un cassetto per 7 anni. Sì perché il bellissimo episodio pilota Smoke gets in your eyes venne scritto dal giovane Matthew Weiner non per essere direttamente prodotto, ma come saggio di bravura da inviare a David Chase – allora showrunner de I Soprano – assieme a una domanda d’impiego.
Weiner venne assunto e lavorò ai Soprano per anni, e già ai tempi era abbastanza stimato da essere incaricato di sceneggiare il penultimo episodio di uno show diventato storia, ma quando quel percorso terminò, lo scrittore non ebbe altro da fare che tirare fuori dal cilindro – o meglio, dal cassetto – il suo vecchio lavoro.

Mad Men dal 2007 va in onda su AMC, e mentre si appresta a piccoli passi verso la sua conclusione, vale la pena (vale decisamente la pena) cercare di capire cos’è questo show ambientato negli anni ’60 che ha imposto il suo immaginario  in maniera così potente da creare una folta schiera di emuli televisivi.

La serie indaga il percorso esistenziale del suo protagonista, Don Draper (John Hamm) un geniale e spregiudicato copywriter, socio dell’agenzia pubblicitaria Sterling & Cooper, concedendosi ampie digressioni tra i personaggi principali, tanto da sfumare in una narrazione corale. La vita di Don presenta una profonda cesura tra l’ambiente lavorativo e domestico, se al lavoro è un creativo sregolato ma affidabile, nel privato si perde tentando di restare in equilibrio tra il rapporto stabile e convenzionale con sua moglie e i suoi figli e una disordinata vita sentimentale fatta di una molteplicità di amanti.

Don è in generale lo specchio della società americana di quegli anni. Uno specchio in cui quella stessa società si osserva per scoprirsi debole e stordita. Il suo viaggio si muove tra le pieghe della storia americana, mostrando come il clima di quegli anni influenzi i comportamenti dei personaggi. Vediamo allora, attraverso i protagonisti, la crisi della baia dei porci e il senso di una catastrofe immanente; l’emancipazione femminile e la confusione che provoca negli uomini; l’omicidio J.F. Kennedy che rovina una festa di matrimonio a cui nessuno si sente di andare; il Vietnam e la rivoluzione sessuale. In tutto questo assistiamo allo sgretolarsi di ogni certezza, che nella scorsa stagione (la sesta) è culminato nel un caos generale del ’68 dove la società sembra perdere definitivamente ogni punto di riferimento.

In Mad Men ci si muove in un mondo di personaggi ambigui e capricciosi. Personaggi per i quali non è possibile provare un sentimento definito. Non possono essere semplicemente odiati o amati. Ogni volta è necessario riscoprirne una piccola parte che va a indurre un sentimento diverso. E sono profondamente reali per questo. Forse la cosa più bella sui protagonisti di Mad Men l’ha detta John Slattery, che interpreta Roger Sterling, in un’intervista: “la cosa che sento dire più spesso è che la gente ama un certo personaggio, ma pensa che sia una merda. La gente ama Pete Campbell (Vincent Karthesier), ma pensano che sia connivente. Ama Joan (Christina Hendricks), ma pensa che sia promiscua. Gli spettatori odiano i personaggi ma allo stesso tempo non possono togliergli gli occhi di dosso. Qualche volta i produttori dicono ‘questo personaggio non è abbastanza piacevole’. Be’, questa cosa della piacevolezza fa schifo. Se crei un personaggio abbastanza piacevole, nessuno lo guarderà”.

È proprio sulla grandezza e nella complessità dei personaggi che Mad Men spicca. Èd è paradossale come la forza di questi si regga su cose piccole ed ineffabili. Mad Men è una storia fatta di sottili emozioni, di sguardi, di gesti quasi impercettibili che diventano enormi per l’emozione e il significato che recano in sé. Mad Men non racconta niente. La trama cede talmente tanto il posto alle sensazioni da diventare quasi irrilevante. Una mano leggera su un fianco. Un accendino con incisa la frase sbagliata. È il dettaglio che si ingigantisce sullo schermo e diviene spettacolo emotivo prima che estetico. Tutto è filtrato da una regia cesellata che lascia un generale senso di bellezza. È il prodotto televisivo che più di ogni altro consegna un’impressione di armonia, in cui tutte le parti – la sceneggiatura, la musica, le interpretazioni – si muovono sincronicamente come un’orchestra.

Per questo motivo è difficile ridurre Mad Men a un singolo tema, perché tratta della quotidianità. Come ha efficacemente sottolineato Weiner “Don Draper, per me, non è un anti-eroe, ma un uomo qualunque”. Ma se si volesse sintetizzare un punto centrale, sembrerebbe essere una infinita ricerca della felicità. Una ricerca in cui ogni singolo personaggio procede a tentoni e in cui tutti si ritrovano a pagare le conseguenze delle loro scelte. Ma anche una domanda che Don si pone continuamente: cos’è la felicità? nel primo episodio la felicità è un “cartello sul bordo della strada, che urla con sicurezza che, qualsiasi cosa tu stia facendo, è ok: tu sei ok”; ma nella quinta stagione la richiesta diventa quasi disperata “cos’è la felicità? È un momento prima di volere più felicità”. Tutti arrancano consapevoli che “c’è solo una cosa peggiore di avere ciò che vuoi, ed è vedere qualun altro ottenerlo”. La felicità risulta essere allora solamente un’utopia, qualcosa di irraggiungibile, o, ancora peggio, qualcosa che una volta raggiunto si svuota di ogni significato, ed una volta svuotato l’unica possibilità è riprendere a cercarlo.

Nelle intenzioni dell’autore Mad Men avrebbe dovuto coprire tutto l’arco degli anni ’60. La scorsa stagione era ambientata nel 1968, la prossima andrà in onda dal 13 aprile, sarà divisa in due parti – che andranno in onda rispettivamente nel 2014 e 2015 – e presumibilmente chiuderà il cerchio con il 1969. Mi sembra giusto, a questo punto, concludere anche quest’articolo riportando uno stralcio d’intervista a Weiner che parla del finale della serie.

Giornalista: Quindi, mentre ci avviciniamo alla stagione finale dello show, qual è la risposta che vogliamo? C’è qualcosa per cui avremo una spiegazione?

Matthew Weiner: State aspettando la risposta a “per cos’era tutto questo viaggio?”

G: Il viaggio di chi?

MW: Di tutti.

L'autore