Claudio Caligari – Non essere cattivo

VOTO 8.0
La recensione del film postumo di Claudio Caligari, "Non essere cattivo", con Luca Marinelli e Alessandro Borghi

In questi giorni tutti parlano di Claudio Caligari e del suo ultimo film, Non essere cattivo. Un’attenzione postuma, più che meritata per un regista troppo spesso – e ingiustamente – sottovalutato. Eppure Caligari è stato un grande artista, anche se autore di soli tre film (uno dei quali è proprio Non essere cattivo): il primo, girato nell’83, è stato Amore tossico, che richiamava la dipendenza di alcuni giovani dall’eroina, grande piaga degli anni Ottanta. I protagonisti del film erano veri eroinomani o, comunque, con un passato da tossicodipendenti.

Alessandro Borghi e Luca Marinelli

Il secondo lungometraggio di Caligari, L’odore della notte, aveva come protagonista Valerio Mastrandrea, ed era liberamente ispirato al romanzo Le notti di arancia meccanica di Dido Sacchettoni. Mastandrea è stato uno dei principali promotori di Non essere cattivo: da sempre amico di Caligari, l’attore romano ha supportato fino alla fine il progetto, il quale non solo è stato pienamente realizzato nonostante la prematura scomparsa del regista lo scorso maggio, ma è pure riuscito ad arrivare fino al Festival di Venezia (sebbene fuori concorso), dove in questi giorni ha registrato un unanime consenso.

Siamo a metà degli anni Novanta: ci sono due amici, Cesare e Vittorio (interpretati molto bene da Luca Marinelli e Alessandro Borghi), inseparabili. Tra di loro c’è un rapporto fortissimo, nonostante siano intimamente diversi: la loro è una vita fatta di eccessi, ma Vittorio, ad un certo punto, comincia a desiderare qualcosa di nuovo per sé, un’esistenza migliore, più equilibrata. In un primo momento prende le distanze da Cesare, il quale, al contrario, sprofonda sempre di più in un abisso fatto di notti tra droghe e alcol. Qualche tempo dopo i due si incontrano di nuovo e Vittorio tenta di tutto pur di salvare l’amico.

Luca Marinelli

In Non essere cattivo c’è tutto il miglior Caligari e il suo modo di fare cinema: uno stile realistico per un regista realista ma anche visionario, diretto, appassionato, libero da compromessi. C’è tutto il suo perfezionismo, la sua maniacale attenzione ai dettagli, ai personaggi, alla periferia romana narrata a fondo. Non essere cattivo è un film privo di qualsiasi retorica, condanna o assoluzione: è un film che il giudizio lo sospende (anche se è possibile percepire una certa pietà per dei caratteri tanto sfortunati), che si limita a raccontare, come solo il miglior cinema sa fare. Ostia non è Roma Capitale, anche se tra di esse la distanza geografica è minima: il pensiero va a La grande bellezza di Sorrentino, nel senso che con Non essere cattivo siamo agli antipodi, poiché di bello nella Ostia di Caligari non c’è nulla, non ci sono il Colosseo, le fontane, il lungo Tevere, non c’è nemmeno il tempo per le illusioni, quelle che fanno sperare in un lieto fine.

In una prima sinossi di qualche tempo fa, si accennava ai luoghi di Non essere cattivo come di “pasoliniana memoria”: certo, Pasolini è presente più che mai nella cinematografia di Caligari, nel suo prestare attenzione alla gente di periferia e, nel caso di Non essere cattivo, il richiamo all’Accattone pasoliniano è molto forte. Tuttavia è come se Caligari andasse oltre Pasolini, tracciando una “sua” generazione, schiava prima dell’eroina, poi delle droghe sintetiche. Un giorno – ma quel giorno è probabilmente già arrivato – Caligari verrà citato nelle scuole, diventerà un nome di culto, per tutti i cinefili sarà fondamentale aver visto i suoi film: il rammarico è che questo accada con un certo ritardo, anche se nell’arte non è inusuale che la gloria arrivi postuma. Ma quando in un prodotto artistico c’è del bello, del buono, quando in un artista c’è del vero talento, quest’ultimo viene sempre prima o poi riconosciuto. Anche per un grande come Caligari non poteva che essere altrimenti.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».