Fabio Mollo – Il Sud è niente

VOTO 7.5
Il film di Mollo segue da vicino una vicenda privata che sembra essere una micro rappresentazione della condizione della sua terra, la Calabria.

Il Sud è tutto. O niente, come recita il titolo dell’opera prima di Fabio Mollo, regista indipendente e coraggioso, pronto a buttarsi in questo progetto da molti considerato rischioso, sia per quanto riguarda la probabilità di un riscontro negativo da parte del pubblico, che della critica. Il Sud è tutto nel momento in cui incarna la visione del nostro paese, in particolare all’estero: Italia vuol dire sole, mare, calore, musica e il meridione è tutto e soprattutto questo. Ma il Sud è anche niente («e niente succede»), la terra di nessuno, quando le istituzioni se ne dimenticano.

Il film di Mollo – giovanissimo, classe 1980 – segue da vicino una vicenda privata che sembra essere una micro rappresentazione della condizione della sua terra, la Calabria. È una forte crisi esistenziale e identitaria quella che tormenta la protagonista femminile Grazia, che vive il lutto per la perdita del fratello lasciando che il suo corpo, con il tempo, assuma delle sembianze sempre più maschili, quasi a voler colmare quel vuoto, quell’assenza inaccettabile. Accanto a lei c’è il padre, un venditore di pesce, con il quale non riesce ad avere un dialogo: non a caso la pellicola, più che sul parlato, punta molto sulle immagini e su un silenzio che vanifica le aspirazioni, i desideri, la voglia di vivere e riuscire in progetti importanti. Un silenzio che si trasforma in omertà («se le cose non le dici, non ti possono fare male»), che non è solo frustrante ma che, addirittura, uccide.

Se Mollo lancia uno sguardo amaro alla sua terra (come nel corto Giganti del 2008), non manca di trasmettere anche un messaggio di speranza, rivolto soprattutto ai ragazzi meridionali troppo spesso costretti a fuggire verso il Nord alla ricerca di opportunità negate nella loro terra natale. Intanto, Il Sud è niente è un film di giovani per i giovani, ed è stato realizzato da una troupe interamente composta da under 40. Inoltre, il regista ricorda di far correre il suo messaggio su un doppio livello di comunicazione: da una parte, la denuncia; dall’altra, la fiducia, perché il Sud è meraviglioso, le cui potenzialità sono innumerevoli.

Come la sua Calabria, Grazia è un corpo nascosto sotto abiti che non le appartengono, una vittima di domande in cerca di risposte, immersa in un ambito di verità terribili che, però, non perdono la loro atrocità solo perché celate e ignorate. Per lei esiste anche la possibilità di un’emancipazione, anche se questa liberazione dovrà necessariamente passare attraverso dure prove. Una menzione speciale va fatta per Vinicio Marchioni e l’esordiente Miriam Karlkvist, rispettivamente padre e figlia, capaci con le loro interpretazioni di dare voce a una terra violentata, umiliata, ma a cui è dovuta l’alternativa di un riscatto.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».