Woody Allen – Manhattan

VOTO 9.0
«Capitolo primo: adorava New York. La idolatrava smisuratamente». Il rapporto di Woody Allen con la Grande Mela nel capolavoro "Manhattan" (1979).

«Capitolo primo: adorava New York. La idolatrava smisuratamente». Il rapporto di Woody Allen con la Grande Mela è una lunga e meravigliosa storia d’amore. Qualche tradimento c’è stato, d’accordo, ma sono piccolezze, cose trascurabili: a quei grattacieli, a Central Park, al ponte di Brooklyn, Woody ha legato i capitoli più significativi della sua produzione e, nel caso di Manhattan, persino il suo capolavoro.

Lo splendido bianco e nero di Gordon Willis illumina le storie di vita e i legami sentimentali di due coppie, che si sfaldano e si ricompongono in un valzer di ossessioni grandi e piccole, idiosincrasie, vezzi intellettuali, confusione. Ike (Woody Allen) è un autore televisivo con spiccate tendenze narcisistiche e ambizioni da romanziere (il film apre proprio sulle sue ipotesi di incipit): sta con Tracy (Muriel Hemingway), timida e un po’ ingenua studentessa del liceo, ma ha alle spalle due matrimoni falliti – l’ultimo dei quali con Jill (Meryl Streep), che l’ha piantato per un’altra donna e che, per giunta, sta scrivendo un libro sulla loro liaison. Un giorno, il miglior amico di Ike, Yale (Michael Murpy), gli confessa di avere una relazione extraconiugale con Mary (Diane Keaton), giornalista, quintessenza dell’intellettuale nevrotica. Quando Ike prende a frequentare Mary approfittando della rottura di questa con Yale, se ne innamora, ricambiato – con buona pace di Tracy, in partenza per l’Inghilterra, per continuare i suoi studi di recitazione.

Woody Allen, Manhattan

In una delle scene più belle di Manhattan, Allen è sdraiato su un divano. Registratore alla mano, cerca di stilare l’elenco delle cose per cui valga la pena vivere. C’è un po’ di tutto: «il buon vecchio Groucho Marx», Joe Di Maggio, Louis Armstrong, i film svedesi (l’amato Bergman…), L’educazione sentimentale di Flaubert, Brando, Sinatra, il secondo movimento della sinfonia Jupiter di Mozart, «quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne», e persino «i granchi da Sam Wo». Ma c’è anche (e soprattutto) «il viso di Tracy», la donna che in fondo ama e che teme di perdere.

Tutti ci siamo sentiti così, almeno una volta. Tutti, almeno una volta, abbiamo passato le ore a fissare il soffitto. Allen nei suoi film non fa molto di più di quello che facciamo tutti: cercare di sopravvivere a noi stessi. In Manhattan la lotta per non annaspare nelle proprie idiosincrasie è inscenata con notevole eleganza fotografica, temperando nevrosi e senso estetico (a tratti persino surreale, come nelle sequenze al planetario, dagli echi felliniani). La scena della lista è anche un ottimo esempio di come la comicità di Allen non possa essere separata dalla malinconia, che il bianco e nero e la Rhapsody in blue di Gershwin esaltano naturalmente. Il sorriso stempera la nostalgia e rende tollerabile il dolore, ché comunque vale sempre la pena di vivere.

Mary torna con Yale ed Ike corre da Tracy: le chiede di restare, ma la ragazza ora non vuole – non può. Se solo fosse venuto prima, gli dice. Si rivedranno tra sei mesi, se l’Oceano e il battito frenetico di New York («la sua città, e lo sarebbe sempre stata», come recita un altro incipit) non avranno nel frattempo cambiato tutto.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.